La ragazza che ho sempre desiderato è tratto da una storia vera? Il caso reale di Alina Thompson

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I thriller ispirati a fatti realmente accaduti esercitano da sempre un fascino particolare, soprattutto quando raccontano vicende in cui il destino di una persona cambia per una coincidenza o per un intervento arrivato all’ultimo istante. È il caso di La ragazza che ho sempre desiderato (The Girl Who Survived: The Alina Thompson Story), film diretto da Michelle Ouellet che ricostruisce la storia di una giovane aspirante modella sopravvissuta all’incontro con uno dei serial killer più inquietanti della California degli anni Ottanta.

La pellicola alterna il racconto personale della protagonista alla ricostruzione delle indagini, mostrando come un episodio apparentemente insignificante possa assumere un significato completamente diverso molti anni dopo. La domanda che molti spettatori si pongono è quindi inevitabile: La ragazza che ho sempre desiderato è tratto da una storia vera?

La risposta è sì. Il film prende infatti spunto dalla vicenda realmente vissuta da Alina Thompson, una ragazza che, da adolescente, sfuggì inconsapevolmente a William Bradford, fotografo e assassino seriale che attirava giovani donne con la promessa di servizi fotografici. Pur introducendo alcuni elementi romanzati per esigenze narrative, il cuore della storia rimane fedele ai fatti documentati e rappresenta uno dei casi più inquietanti della cronaca nera americana.

Brielle Robillard in La ragazza che ho sempre desiderato

La vera storia di Alina Thompson, la ragazza che sfuggì inconsapevolmente a uno dei serial killer più pericolosi della California

Nel 1984 Alina Thompson aveva appena quattordici anni e viveva in California insieme ai genitori Carl e Nancy Thompson e ai suoi fratelli. Come molte ragazze della sua età sognava di diventare modella e partecipava a piccoli servizi fotografici nel tentativo di entrare nel settore. Durante uno di questi shooting, organizzato a Huntington Beach, venne avvicinata da un uomo che si presentò come fotografo professionista.

Il suo nome era William Bradford e le propose di realizzare altre fotografie in una zona appartata, sostenendo che fosse la location ideale. Mentre i due si stavano dirigendo verso un vicolo isolato, il padre della ragazza arrivò sul posto per cercarla. La sua comparsa interruppe l’incontro e Bradford si allontanò senza opporre resistenza. In quel momento né Alina né la sua famiglia immaginavano di aver evitato una tragedia.

L’uomo che avevano davanti era infatti già sospettato di gravi reati e, poco tempo dopo, sarebbe stato arrestato con l’accusa di aver ucciso due giovani donne. Per molti anni Alina Thompson considerò quell’episodio un semplice incontro spiacevole, senza sapere quanto fosse realmente vicina a diventare una delle vittime del serial killer.

Ashley Jones e Sam Trammell in La ragazza che ho sempre desiderato

Le indagini su William Bradford rivelarono un archivio fotografico inquietante e collegarono il killer a diversi omicidi

Quando la polizia arrestò William Bradford, gli investigatori trovarono nella sua abitazione centinaia di fotografie raffiguranti giovani donne ritratte durante presunti servizi fotografici. Molte apparivano impaurite o vulnerabili, alimentando il sospetto che il fotografo avesse colpito molte più vittime rispetto a quelle già conosciute. Nel 1988 Bradford venne riconosciuto colpevole degli omicidi di Shari Miller, una barista di Los Angeles, e della quindicenne Tracey Campbell, sua vicina di casa.

Le fotografie recuperate dagli investigatori si rivelarono decisive anche per localizzare i corpi delle vittime nel deserto del Mojave, grazie ai dettagli del paesaggio visibili negli scatti. Le indagini non si fermarono però a quei due delitti. Nel corso degli anni gli investigatori ipotizzarono un coinvolgimento di Bradford anche in altri omicidi e rapimenti avvenuti in diversi stati americani.

Tra i nomi collegati al suo archivio fotografico comparvero anche Donnalee Campbell Duhamel e Nika LaRue, mentre numerose donne immortalate nelle immagini non sono mai state identificate. Questo enorme archivio continua ancora oggi a rappresentare uno dei misteri più inquietanti dell’intera vicenda, lasciando aperta la possibilità che alcune delle persone fotografate siano rimaste vittime di crimini mai risolti.

Come Alina Thompson scoprì anni dopo di essere stata osservata dal serial killer e quale fu il destino di William Bradford

La svolta arrivò nel 2006, quando il Dipartimento di Polizia di Los Angeles rese pubbliche molte delle fotografie trovate nella casa di William Bradford, chiedendo ai cittadini di aiutare gli investigatori a identificare le donne ritratte. Tra le persone che risposero all’appello ci fu proprio Alina Thompson, incuriosita da quella notizia.

Quando gli agenti le mostrarono l’intero materiale recuperato, la donna rimase sconvolta nello scoprire numerose fotografie che la ritraevano da diverse angolazioni e in momenti differenti della sua vita quotidiana. Fu allora che comprese un dettaglio rimasto nascosto per oltre vent’anni: Bradford non l’aveva incontrata casualmente quel giorno a Huntington Beach, ma l’aveva probabilmente seguita e osservata per molto tempo.

La consapevolezza che il padre le avesse salvato la vita quasi senza rendersene conto cambiò completamente il significato di quel ricordo. Nel frattempo William Bradford, detenuto per i suoi crimini, continuò a presentare ricorsi senza mai ottenere la libertà. Colpito da un tumore ai polmoni, morì il 10 marzo 2008 nel centro medico del carcere di Vacaville, in California, portando con sé molti dei segreti legati alle donne immortalate nelle sue fotografie.

Steve Byers in La ragazza che ho sempre desiderato

La ragazza che ho sempre desiderato racconta una storia vera per trasformarla in un messaggio di prevenzione e consapevolezza

Pur introducendo alcune modifiche narrative, come incontri ripetuti tra Alina Thompson e William Bradford che nella realtà non avvennero, La ragazza che ho sempre desiderato rimane sorprendentemente fedele ai fatti principali. Gli sceneggiatori hanno scelto di mantenere i nomi reali delle vittime e del serial killer, trasformando il film anche in un omaggio alla memoria delle donne coinvolte in questa tragica vicenda.

L’obiettivo non è soltanto ricostruire un caso di cronaca nera, ma mostrare quanto possano essere insidiosi i meccanismi di manipolazione utilizzati dai predatori seriali. Dopo quegli eventi Alina Thompson è riuscita a costruirsi una carriera nel mondo della moda, diventando madre di tre figli e scegliendo di raccontare pubblicamente la propria esperienza.

Più volte ha spiegato che condividere la sua storia rappresenta una forma di prevenzione, nella speranza che possa aiutare altre persone a riconoscere situazioni di pericolo prima che sia troppo tardi. È proprio questo il valore più importante del film: ricordare che dietro la tensione di un thriller si nasconde una vicenda realmente accaduta, capace ancora oggi di invitare alla prudenza, all’ascolto del proprio istinto e all’importanza di parlare apertamente con chi può offrire aiuto.

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Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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