Le due vie del destino è tratto da una storia vera? La vera vicenda di Eric Lomax dietro il film

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Le due vie del destino (leggi qui la recensione del film), diretto da Jonathan Teplitzky e interpretato da Colin Firth, Nicole Kidman, Stellan Skarsgård e Hiroyuki Sanada, è uno dei film più intensi dedicati alle conseguenze psicologiche della Seconda guerra mondiale. L’opera racconta la storia di un ex prigioniero di guerra britannico che, a distanza di decenni, decide di affrontare il proprio passato e l’uomo che partecipò alle sue torture durante la prigionia nei campi giapponesi.

Molti spettatori, dopo aver visto il film, si chiedono se gli eventi raccontati siano realmente accaduti. La risposta è sì: Le due vie del destino è tratto da una storia vera e prende ispirazione dall’autobiografia di Eric Lomax, pubblicata nel 1995 con il titolo The Railway Man. Pur introducendo alcune semplificazioni narrative e modificando diversi aspetti della vita privata del protagonista, il film mantiene intatto il nucleo della sua vicenda, una delle più straordinarie testimonianze sulla prigionia durante la costruzione della ferrovia tra Thailandia e Birmania e sul lungo percorso che può condurre dal trauma alla riconciliazione.

La vera storia di Eric Lomax, il soldato britannico sopravvissuto alla ferrovia della morte

Le due vie del destino

La storia raccontata nel film ha inizio con Eric Lomax, giovane scozzese che nel 1941, a vent’anni, si arruolò nel Royal Corps of Signals, il reparto dell’esercito britannico incaricato delle comunicazioni militari. Dopo essere stato inviato nel Sud-est asiatico, venne catturato dai giapponesi in seguito alla caduta di Singapore nel 1942, uno dei più gravi rovesci subiti dalle forze britanniche durante la guerra.

Come migliaia di altri prigionieri alleati, Lomax fu costretto a lavorare alla costruzione della celebre ferrovia Thailandia-Birmania, passata alla storia come la “ferrovia della morte”. Le condizioni di vita erano estreme: fame, malattie tropicali, turni massacranti e continue violenze provocarono la morte di migliaia di prigionieri. Il film restituisce con notevole fedeltà questo contesto storico, mostrando un sistema di sfruttamento fondato sulla brutalità e sull’annientamento fisico dei detenuti.

Tra gli episodi realmente accaduti vi fu anche la costruzione clandestina di una radio artigianale da parte di Lomax e di alcuni compagni, con l’obiettivo di seguire l’andamento del conflitto. Quando l’apparecchio venne scoperto nel 1943, i prigionieri subirono punizioni ferocissime. Due di loro morirono a causa delle torture, mentre Eric Lomax riportò fratture multiple, venne rinchiuso in una cella grande quanto una bara e sottoposto a lunghi interrogatori, esperienze che lo avrebbero perseguitato per il resto della vita.

Il difficile ritorno alla vita civile e il lungo percorso per affrontare il trauma

Jeremy Irvine in Le due vie del destino

Terminata la guerra, la liberazione non significò la fine delle sofferenze. Tornato in Scozia, Eric Lomax sposò la fidanzata Agnes “Nan” Lomax, che lo aveva atteso durante gli anni della prigionia. Dal loro matrimonio nacquero tre figli, un aspetto completamente assente nel film, che sceglie invece di concentrare l’attenzione sulla seconda moglie Patricia “Patti” Wallace per costruire una narrazione più lineare.

La realtà fu molto più complessa. Lomax trovò lavoro prima nel Colonial Office e successivamente come docente universitario, ma i traumi vissuti nei campi di prigionia continuarono a condizionare profondamente la sua esistenza. Incubi ricorrenti, crisi di rabbia e incapacità di parlare delle torture subite finirono per compromettere il rapporto con la famiglia e contribuire al deterioramento del primo matrimonio.

Nel 1980 conobbe casualmente Patricia Wallace durante un viaggio in treno verso Glasgow. Tra i due nacque un rapporto destinato a cambiare il corso della sua vita. Fu proprio Patti a convincerlo a cercare un sostegno psicologico presso la fondazione britannica specializzata nell’assistenza alle vittime di tortura. Per la prima volta, dopo quasi quarant’anni, Lomax riuscì ad affrontare apertamente i ricordi della prigionia e a elaborare un dolore rimasto congelato per decenni.

L’incontro con Takashi Nagase e il vero finale della storia che ha ispirato il film

Jeremy Irvine nel film Le due vie del destino

Il momento più celebre della vicenda riguarda l’incontro con Takashi Nagase, l’interprete giapponese presente durante gli interrogatori e le torture inflitte a Lomax nel campo di prigionia. Anche questo episodio è realmente accaduto, anche se il film modifica diversi dettagli per aumentare la tensione drammatica.

Nella realtà, infatti, Eric Lomax non partì con l’intenzione di uccidere il suo ex aguzzino. Dopo aver riconosciuto il volto di Nagase in un articolo di giornale nel 1989, fu Patricia Wallace ad avviare una corrispondenza con l’ex militare giapponese. Le lettere permisero ai due uomini di prepararsi all’incontro, eliminando l’effetto sorpresa mostrato nella pellicola.

Il loro primo faccia a faccia avvenne nel marzo 1993 presso il museo della Seconda guerra mondiale di Kanchanaburi, in Thailandia, vicino al celebre ponte sul fiume Kwai. Takashi Nagase, nel frattempo diventato un convinto sostenitore della pace, aveva dedicato gran parte della propria vita all’espiazione delle colpe commesse durante il conflitto, finanziando anche un tempio buddhista dedicato alla riconciliazione. L’incontro rappresentò per Lomax il momento decisivo del proprio percorso di guarigione. I due continuarono a vedersi negli anni successivi, mantennero i contatti attraverso lettere e telefonate e svilupparono un rapporto di profondo rispetto reciproco. Proprio questa esperienza spinse Lomax a trasformare il manoscritto scritto subito dopo la guerra nella celebre autobiografia che avrebbe poi ispirato il film.

Quanto è fedele Le due vie del destino alla storia vera di Eric Lomax?

Colin Firth e Nicole Kidman in Le due vie del destino

Le due vie del destino racconta con grande accuratezza gli aspetti essenziali della vicenda di Eric Lomax, soprattutto per quanto riguarda le violenze subite durante la costruzione della ferrovia Thailandia-Birmania e il successivo incontro con Takashi Nagase. Le principali differenze riguardano la struttura narrativa: vengono eliminati molti passaggi della vita familiare del protagonista, alcuni personaggi diventano figure composite e il confronto finale assume toni più vicini al thriller rispetto a quanto avvenne realmente.

Queste modifiche servono a concentrare l’attenzione sul tema centrale del racconto, cioè le conseguenze permanenti della guerra sulla mente dei sopravvissuti. Il film mostra come il trauma possa accompagnare una persona per decenni e come il perdono rappresenti un processo lungo, difficile e tutt’altro che immediato.

La vera storia di Eric Lomax continua ancora oggi a essere considerata una delle testimonianze più significative sulla condizione dei prigionieri di guerra britannici nei campi giapponesi. La sua autobiografia ha restituito dignità a migliaia di uomini che condivisero la stessa esperienza e ha mostrato come la memoria, anche quando è dolorosa, possa trasformarsi in uno strumento di comprensione anziché di odio. È proprio questa dimensione profondamente umana a rendere Le due vie del destino molto più di un semplice dramma storico: il racconto di una riconciliazione autentica nata dalle ferite lasciate dalla guerra.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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