Con Wicked – Parte 1 (leggi qui la recensione), il regista Jon M. Chu trasforma uno dei musical più amati degli ultimi vent’anni in un grande fantasy emotivo e politico, capace di riscrivere l’immaginario di Il mago di Oz da una prospettiva completamente diversa. Il film racconta infatti la nascita della cosiddetta Strega Cattiva dell’Ovest, mostrando come dietro quella figura demonizzata si nasconda in realtà una giovane donna emarginata, manipolata e progressivamente trasformata dal potere. Il finale del film rappresenta il momento decisivo di questa metamorfosi: Elphaba smette di inseguire il riconoscimento del sistema e sceglie di diventare un simbolo di resistenza.
L’ultima sequenza di Wicked – Parte 1 non chiude davvero una storia, ma inaugura una nuova identità. La celebre esibizione di “Defying Gravity” assume nel film un significato più ampio rispetto alla versione teatrale: non è soltanto il numero musicale più iconico dell’opera, ma il manifesto politico ed esistenziale di Elphaba. Nel momento in cui vola sopra Emerald City, inseguita dall’autorità e dichiarata nemica pubblica, il personaggio comprende che il male non nasce dalla diversità, bensì dalla narrazione costruita attorno ad essa. È proprio questa intuizione a rendere il finale così potente e a preparare il terreno per il sequel.
Il viaggio di Elphaba dentro il mondo di Oz riscrive il fantasy classico attraverso il linguaggio politico e sentimentale di Jon M. Chu
Fin dalle prime scene, Wicked – Parte 1 lavora sulla decostruzione del mito. Dove il classico del 1939 mostrava una netta divisione tra bene e male, il film di Jon M. Chu costruisce un universo ambiguo, dominato dalla propaganda e dalla paura. La figura di Elphaba, interpretata da Cynthia Erivo, si inserisce perfettamente nella tradizione dei protagonisti outsider del cinema fantasy contemporaneo: personaggi percepiti come mostruosi soltanto perché incapaci di adattarsi alle regole sociali dominanti. In questo senso il film dialoga apertamente con opere come Edward mani di forbice o persino con il cinema young adult distopico degli anni Duemila, dove il conflitto centrale riguarda sempre il rapporto tra identità individuale e sistema politico.
La scelta di affidare il ruolo di Glinda a Ariana Grande rafforza ulteriormente questa dinamica. Il rapporto tra le due protagoniste non viene raccontato come una semplice amicizia scolastica, ma come il punto d’incontro tra due modi opposti di sopravvivere dentro una società performativa. Glinda comprende le ingiustizie di Oz, eppure continua a cercare approvazione dalle istituzioni; Elphaba invece rifiuta gradualmente ogni compromesso. È qui che il film trova la sua dimensione più interessante, perché il conflitto non nasce dall’odio reciproco, ma dalla diversa risposta che le due ragazze danno al potere. Jon M. Chu, già autore di musical molto energici come In the Heights, utilizza la spettacolarità visiva per raccontare emozioni profondamente intime: l’insicurezza, il desiderio di appartenenza, la paura di essere respinti. Quando Emerald City appare finalmente sullo schermo, luminosa e gigantesca, il film suggerisce immediatamente che quella perfezione estetica nasconde qualcosa di corrotto.
Il finale di Wicked – Parte 1 mostra la nascita della “Strega Cattiva” come costruzione politica e non come trasformazione malvagia
Il cuore del finale ruota attorno all’incontro tra Elphaba e il Mago di Oz. Per tutta la vita, la protagonista ha immaginato quell’uomo come una figura salvifica, qualcuno capace di darle finalmente uno scopo e di fermare le discriminazioni contro gli Animali parlanti. Quando arriva nella Città di Smeraldo insieme a Glinda, Elphaba pensa di essere vicina alla realizzazione del suo sogno. La scoperta che il Mago, interpretato da Jeff Goldblum, sia in realtà un uomo privo di poteri cambia completamente il senso della storia. Oz si regge infatti su una gigantesca illusione politica: il potere nasce dalla manipolazione della paura collettiva.
La scena del Grimmerie è fondamentale perché rappresenta il momento esatto in cui Elphaba comprende di essere stata usata. Convinta di stare aiutando il Mago, legge l’incantesimo che fa crescere le ali alle scimmie guardiane, salvo capire immediatamente che quelle creature verranno trasformate in strumenti di controllo e repressione. Il film insiste molto sul dolore fisico delle scimmie durante la trasformazione, mostrando la violenza implicita dietro l’idea di “ordine” sostenuta dal governo di Oz. Da quel momento Elphaba rifiuta l’autorità e fugge con il Grimmerie, mentre Madame Morrible la trasforma pubblicamente in una minaccia.
La parte più significativa del finale riguarda però Glinda. Pur comprendendo che Elphaba ha ragione, decide di restare. È una scelta dolorosa, ambigua, profondamente umana. Glinda sceglie la sicurezza, il privilegio, la possibilità di continuare a esistere dentro il sistema. Elphaba invece accetta l’isolamento pur di non tradire sé stessa. Quando vola via cantando “Defying Gravity”, il film mostra la nascita simbolica della Strega dell’Ovest: non una creatura malvagia, ma una dissidente politica trasformata in mostro dalla propaganda statale.
La discriminazione degli Animali e la costruzione del nemico rendono Wicked una riflessione contemporanea sul potere e sulla paura
Dietro l’estetica fantasy e musicale, Wicked – Parte 1 costruisce un discorso sorprendentemente attuale. La persecuzione degli Animali parlanti diventa infatti una metafora esplicita della disumanizzazione operata dai regimi autoritari. Il professor Dillamond, progressivamente privato del diritto di insegnare e persino della parola, rappresenta il primo stadio di un processo politico basato sulla creazione del nemico interno. Il Mago comprende che per mantenere compatto il popolo di Oz serve un bersaglio comune, qualcuno da indicare come causa di ogni problema.
Elphaba si rende conto troppo tardi che il sistema non vuole davvero integrare i diversi: vuole usarli finché risultano utili e distruggerli quando diventano incontrollabili. È questo il vero significato della sua trasformazione pubblica in “strega cattiva”. La società di Oz ha bisogno di una figura mostruosa per legittimare la propria struttura di potere. In questo senso il film sovverte completamente la narrativa classica de Il mago di Oz, perché suggerisce che la malvagità attribuita a Elphaba sia il prodotto di una campagna politica costruita deliberatamente.
Anche il rapporto con Fiyero assume un peso importante in questa lettura. Il personaggio interpretato da Jonathan Bailey comincia come figura superficiale e privilegiata, ma il contatto con Elphaba lo costringe a prendere posizione. Quando lascia Shiz nel finale, il film suggerisce che stia abbandonando il proprio ruolo sociale per seguire una causa più autentica. Tutti i personaggi vengono dunque messi davanti alla stessa domanda: è possibile restare neutrali davanti all’ingiustizia? La risposta implicita del film sembra essere negativa.
Il finale lascia intendere che Glinda ed Elphaba diventeranno i due volti opposti della stessa rivoluzione morale
Uno degli aspetti più interessanti del finale riguarda la futura evoluzione del rapporto tra Elphaba e Glinda. Il film evita accuratamente di trasformarle in vere nemiche. Anche nel momento della separazione, le due continuano ad amarsi profondamente. Questa scelta cambia radicalmente il peso emotivo del sequel, perché sappiamo già che il conflitto successivo nascerà da una frattura ideologica più che personale.
Glinda resterà dentro il sistema cercando probabilmente di modificarlo dall’interno, mentre Elphaba sceglierà la ribellione aperta. Il problema è che Oz, ormai, ha già deciso chi deve incarnare il bene e chi il male. Madame Morrible usa immediatamente i mezzi di comunicazione della città per diffondere la narrativa della “strega pericolosa”, anticipando dinamiche mediatiche estremamente contemporanee. La verità smette di avere importanza; conta soltanto la versione più efficace da raccontare al pubblico.
Anche il destino di Nessarose viene preparato con attenzione. La morte del governatore Thropp e l’isolamento emotivo della ragazza lasciano intuire come il sequel approfondirà la sua trasformazione nella futura Strega dell’Est. Tutto il finale di Wicked – Parte 1 funziona quindi come un gigantesco punto di origine: ogni personaggio si trova esattamente sul confine tra ciò che è stato e ciò che diventerà.
Il vero significato del finale di Wicked – Parte 1 è la conquista della libertà attraverso l’accettazione della propria diversità
La scena conclusiva di Elphaba che vola sopra Oz racchiude il senso profondo del film. Per tutta la storia, la protagonista ha cercato disperatamente di essere accettata. Ha creduto che diventare utile al Mago avrebbe cancellato il pregiudizio verso di lei, ha sperato che il talento bastasse a renderla amata, ha tentato di adattarsi a un mondo che la rifiutava fin dalla nascita. Nel finale comprende invece che la libertà passa attraverso l’accettazione della propria alterità.
È significativo che Elphaba voli da sola. La sua emancipazione coincide con una separazione dolorosa: lascia Glinda, perde la protezione istituzionale, rinuncia alla possibilità di avere una vita normale. Eppure il film presenta quel momento come una liberazione. “Defying Gravity” diventa così il rifiuto definitivo delle aspettative sociali imposte dagli altri. Elphaba sceglie di definirsi autonomamente, anche se questo significa essere odiata dal mondo intero.
Il sequel partirà proprio da qui: dalla distanza crescente tra verità e leggenda. Gli spettatori conoscono già il mito della Wicked Witch of the West, ma Wicked – Parte 1 suggerisce che dietro quella figura esista una donna trasformata in mostro per aver detto la verità. È questa la grande intuizione dell’opera: il male, spesso, nasce dallo sguardo di chi racconta la storia.
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