Dopo la proiezione per la stampa del film Il Principe del deserto, tratto dal romanzo di Hans Ruesch, arrivano due ospiti d’eccezione nella sala 2 del multisala Barberini: sono il regista francese Jean Jacques Annaud e l’interprete principale Tahar Rahim.

Il regista di capolavori come Il nome della rosa, L’orso e L’amante si accomoda accanto alla traduttrice e si scusa con i giornalisti. “Parlo poco italiano”, dice Jean Jacques Annaud, divertito. Poco dopo, sale su palco anche il giovane Tahar Rahim, quasi irriconoscibile rasato e in abiti moderni.

Guardando il suo film, il riferimento a Lawrence d’Arabia è evidente, seppure siano due film completamente diversi. Nel suo, per esempio, si respira un’aria molto più fiabesca.

“Il passato è eterno. Io amo viaggiare, soprattutto nei luoghi dove non esiste biglietto aereo. Amo le favole lontane dal tempo. Amo sognare col cinema. Evito di parlare di Lawrence d’Arabia da oltre vent’anni, perché ho sempre saputo che prima o poi avrei fatto un film mio su quel mondo e quelle atmosfere che, a mio parere, non compaiono come meritano nel cinema. Comunque, a chi mi chiede quali siano le influenze più forti su questo film e sul mio modo di fare cinema, dico Kurosawa, Eisenstein, il cinema americano e quello di Sergio Leone.”

Il film stupisce perché non adotta il solito punto di vista occidentale, abusato nel cinema. Tutto è filtrato dagli occhi di un Principe arabo. Come è stato adottare un punto di vista legato al personaggio?

Grazie per la domanda. Sono stanco di sceneggiature dove si legge di un giornalista americano che scopre un nuovo paese.  Esistono storie meravigliose raccontate dal punto di vista di popoli diversi dal modello americano e dalla cultura occidentale.”

Dopo una fase molto complessa e sperimentale che l’ha vista dirigere film in cui i protagonisti erano animali (L’Orso, Due Fratelli) adesso è tornato a dirigere celebrità. Cosa la colpisce in una sceneggiatura?

Vado ad istinto. Di solito, nelle storie di cui parlo si assiste ad una trasformazione profonda del protagonista principale. Adoro cambiare generi, situazioni, ma il tema della trasformazione interiore mi è molto caro. Anche ne Il Principe del deserto si assiste ad una trasformazione profonda di Auda.”

Quanto c’è del produttore Tarak Ben Ammar nel personaggio di Auda?

“Non saprei. Auda è un personaggio tratto da un romanzo e per me era fondamentale rappresentarne la trasformazione. Quando io e Alain Godard riadattammo il testo per il grande schermo, la mia premura fu da subito quella di mostrare la crescita del protagonista, causata dalla forza di eventi travolgenti. D’altronde, fin dal mio primo lavoro “Bianco e nero a colori” amo sceneggiare questa tematica.”

Come è stato accolto questo film in Medioriente?

“Questo quesito assillava anche me prima della proiezione al Festival di Marracash. Poi, per fortuna, ho constatato che la gente ha apprezzato molto, soprattutto il fatto di non essere rappresentati al solito come dei terroristi. Hanno riso molto, ad esempio, nella scena del divorzio che vede il siparietto tra Banderas ed un vecchio consigliere esperto di Corano.” 

Presente in sala, come detto, anche il giovane protagonista Tahar Rahim, fattosi conoscere con il bellissimo Il Profeta e qui nei panni del protagonista. “E’ stato un onore per me lavorare con Jean Jacques.- ha detto Rahim – Ho amato la storia, il romanzo e il mio personaggio Auda fin dal primo momento. Spero di tornare a recitare in ruoli così complessi e affascinanti. E’ stata un’esperienza a tratti durissima, una volta ho persino rischiato di bloccare per lungo tempo le riprese, dopo una rovinosa caduta da cavallo in seguito ad un’esplosione. Per fortuna, non fu niente di grave e così utilizzammo quella caduta vera e quei tagli altrettanto veri per l’ultima scena del film. C’è una bella differenza tra Auda e Malik (sua ultima interpretazione ne Il Profeta). Malik ha un’anima molto più selvaggia, mentre Auda è uno studioso che si scopre lentamente guerriero. Col personaggio di Auda credo di avere in comune la tolleranza verso gli altri. Ciò che mi ha davvero colpito della sceneggiatura è il fatto che tutto interviene nella scrittura. Credo che un film muoia nel momento stesso in cui si segue pedissequamente quello che c’è scritto sulla sceneggiatura. Ho capito quanto sia fondamentale collaborare attivamente in itinere, anche improvvisare, farsi trasportare dalle situazioni del momento per migliorare un film.

Ne “Il Principe del deserto”, un bibliotecario alla fine riesce ad avere la ragazza più bella. Non le sembra un bello spot per la cultura? Risate e applausi in sala.

Il film, distribuito da Eagle Pictures in almeno 300 copie esce in Italia venerdì 23 Dicembre.