the happy prince

Conferenza stampa affollatissima alla Casa del Cinema per Rupert Everett, a Roma per presentare The Happy Prince, suo primo lavoro da regista, su Oscar Wilde ed in particolare sugli ultimi anni della vita dello scrittore irlandese, ormai lontano dai fasti che lo avevano reso icona dell’Estetismo, che Everett, anche protagonista, mostra in maniera inedita. Il film, frutto di una gestazione lunga dieci anni, è prodotto da Maze Pictures, Entre Chien et Loup e dall’italiana Palomar e sarà in sala dal 12 aprile.

Come nasce l’avventura produttiva del film?

Carlo Degli Esposti [Palomar ndr.]: “Quando ci è capitata l’occasione di poter partecipare alla compagine produttiva di questo film, non abbiamo avuto dubbi nell’aderire. […] Da qui è nata un’amicizia e stima professionale che è andata oltre questo lavoro. […] Rupert sarà un inquisitore ne Il nome della rosa, che stiamo girando in questo momento a Cinecittà”.

Lei è quasi scomparso dalle scene dopo il suo coming out. Nei titoli di coda del film si legge che la figura di Wilde è stata riabilitata solo nel 2017. Quanto c’è di autobiografico in questo lavoro?

Everett: “Se lavori in un mondo come quello del cinema, che è aggressivamente eterosessuale, devi in un certo senso negoziare, se sei gay. Prima o poi finisci per scontrarti con un muro. Forse non ora, le cose stanno cambiando, ma prima, negli anni ’80 e ’90, non era facile. In questo senso Wilde per me è sempre stato una fonte di ispirazione. Ricordo che, quando ero un giovane adulto a metà anni ’70 a Londra, essere omosessuali era diventato legale solo da poco, dal 1968. Quindi, noi tutti avevamo la sensazione di seguire le orme di Oscar Wilde”.

Ha pensato subito di interpretare lei il personaggio di Wilde?

Everett: “Sì, stavo cercando di continuare a lavorare e vivere nel mondo del cinema. Quindi ho pensato che il modo migliore per farlo fosse quello di scrivere per me stesso un ottimo ruolo”.

Come mai avete trattato la seconda parte della vita?

Everett: “Trovo che quest’ultima parte della storia sia estremamente romantica, come lo è l’ultimo decennio dell’Ottocento. Amo la Belle Époque. Un periodo in cui Wilde, questo vagabondo della letteratura, insieme a Verlaine, due grandi geni, sono stati sottoposti a ostracismo dalla società, trasformati in relitti lungo i boulevard, che andavano a pietire, in cerca di qualcuno che gli offrisse qualcosa da bere”.

The Happy PrinceWilde ha pagato in quanto omosessuale, ma anche perché irlandese, fuori dall’establishment inglese che dileggiava?

Everett: “Certo, spesso si dimentica che Wilde non era inglese e guardava all’establishment inglese con uno sguardo da straniero.[…] È stato pericoloso prendere in giro la grandeur e Wilde ha pagato per questo. Penso però che si sia tirato addosso da solo lo scandalo e la tragedia. È stato lui a portare in tribunale Lord Queensberry, non viceversa [Wilde era stato tacciato di sodomia da Queensberry, padre dell’amato Lord Alfred Douglas. Perciò Wilde gli aveva fatto causa ndr.] . Penso che l’establishment lo avrebbe accettato, se non avesse fatto questo gesto. Inoltre, penso che essendo una grandissima star, non avesse più consapevolezza di quello che era realmente il mondo. Pensava che il mondo fosse realizzato e costruito per lui. Non è che gli inglesi stessero lì ad aspettare il momento per dargli addosso. Certo, una volta avviato lo scandalo, hanno cercato di continuare a distruggerlo, ma è stato innanzitutto lui che ha distrutto sé stesso”.

Qual è stato il suo approccio registico?

Everett: “Per quel che riguarda i movimenti di macchina, volevo che il film fosse un mix tra Visconti e le riprese fatte con la telecamera a circuito chiuso. Volevo la ricchezza di un film, estremamente progettato, ma allo stesso tempo lo stile della camera a spalla, della ripresa naturalistica”.

Visconti, con Morte a Venezia è stato, quindi, un suo riferimento?

Everett: “Certo, ho pensato a Tadzio per tracciare il personaggio di Bosie. Considero Morte a Venezia uno dei miei film favoriti in assoluto, adoro Visconti. Il mio viaggio nel cinema italiano è cominciato con Zeffirelli, l’assistente di Visconti: a scuola abbiamo guardato Romeo e Giulietta e Fratello sole e sorella luna, certo più commerciali, ma che hanno l’intensità e l’estetica dettagliata dei film di Visconti. Il cinema italiano è stato molto importante […]. È molto più concentrato sul design e sui costumi di qualsiasi altra cinematografia. In questo film ho avuto importantissimi collaboratori, come Maurizio Millenotti e Gianni Casalnuovo ai costumi”.

In alcuni momenti del film c’è un’identificazione tra Wilde e il Cristo, è frutto di reminiscenze personali?

Everett: “Wilde ha flirtato molto con la Chiesa cattolica nella sua vita. […] Nessuno sa perché non sia fuggito per evitare la prigione, avrebbe potuto farlo. Penso che l’unica risposta sia che lui abbia visto nel carcere un’opportunità, come quella di Cristo: se ci fosse andato e si fosse sacrificato, avrebbe potuto in un certo senso rinascere. La sua idea di Cristo, come si legge nel De Profundis, è molto sorprendente e interessante […]. Anche io sono cresciuto nella Chiesa cattolica, quindi è qualcosa di molto importante anche per me”.

Quale messaggio ancora valido può dare oggi Wilde alle persone LGBT?

Everett: “La storia di quest’uomo, che viene distrutto solo per il fatto di essere omosessuale, è qualcosa con cui purtroppo ancora oggi ci si può identificare […].  Questo può accadere ancora oggi in Russia, Giamaica, India, Cina. Ma quel che è peggio è che succede in Gran Bretagna con l’avvento di Ukip, in Italia con la Lega. L’atteggiamento omofobo sta diventando sempre più diffuso, estremamente preoccupante e pericoloso. […] Dobbiamo continuare a vigilare e a essere attivi”.

The Happy Prince: il trailer italiano del film di e con Rupert Everett