Nel New Jersey d’inizio anni ’60 Seymour Levov, soprannominato “lo Svedese”, protagonista della storia di American Pastoral, conduce una tipica esistenza da medio borghese americano, proprietario di una fabbrica di guanti e sposato con un’autentica reginetta di bellezza.

La sua idilliaca routine viene improvvisamente sconvolta dalla progressiva radicalizzazione politica della giovane figlia Merry, fino a raggiungere un impensabile punto di rottura quando la ragazza si rende responsabile di un atto terroristico nel quale perde la vita un uomo. Inizia così il lungo e sofferto calvario di Seymour alla disperata ricerca della figlia latitante, la quale forse non vuole più avere nulla a che fare con una famiglia avviata verso una progressiva e inevitabile decomposizione.

Tradurre per la prima volta sul grande schermo le oltre quattrocento pagine del capolavoro del Premio Pulitzer Philip Roth presenta già di per se uno sforzo titanico, il quale si tramuta in un autentico azzardo nel momento in cui ciò coincide con un esordio alla regia come quello che Ewan McGregor si trova ad affrontare con American Pastoral, progetto ricco di ambizioni ma che impatta inevitabilmente con un eccesso di didascalismo tipico di tutte quelle opere prime in cui l’inesperienza pratica dietro la macchina da presa si applica a un soggetto di base fra i più complessi e stratificati.

Raccontare in poco meno di due ore l’epopea di sentimenti, psicologie e influenze socio-culturali che spingono un modello padre di famiglia a ricomporre inutilmente i cocci di una vita distrutta dal fanatismo e dalla rabbia politica (e in parte biografica) di una figlia pronta a lottare contro tutto e contro tutti richiede una capacità operativa e un’analisi sociologica che il neo regista – qui anche protagonista – McGregor sembra non possedere ancora, conducendo il tutto verso una semplice, pulita e tutto sommato onesta traduzione in forma filmica di un romanzo che, in mani più esperte e sensibili, sicuramente avrebbe avuto forma e sostanza migliori.

Da un punto di vista strutturale la confezione in sé non sfigura né pecca in modo particolare, a cominciare dallo script pulito di John Romano che opta saggiamente per un intervento minimo sul soggetto originale di Roth, ricalcandone pedissequamente sequenze e svolti narrativi, proseguendo con la patinata fotografia vintage di Martin Ruhe e concludendo con le suggestive melodie del premio Oscar Alexandre Desplat.

Ewan McGregor, con Jennifer Connelly, presenta a Roma American Pastoral

Anche il parco attoriale eccelle grazie a una Dakota Fanning dinnanzi a una delle prove più importanti e riuscite della propria carriera, affiancata da una sempre splendida e intensa Jennifer Connelly. Nemmeno lo stesso McGregor e il collega Rupert Evans escono eccessivamente dai propri cardini interpretativi. Tutto ottimale dunque. Forse anche troppo. Ed è proprio questo “troppo” a rendere American Pastoral un dramma filmico anonimo e parte di una lunga tradizione di cine-romanzi hollywoodiani che di certo non conferiscono né infamia né lode alle opere da cui sono tratti.

American Pastoral