ammonite recensione

Dopo il successo dell’esordio God’s Own Country, Francis Lee porta alla Festa del Cinema di Roma la sua opera seconda Ammonite, in cui, puntando sulla coppia Winslet-Ronan, torna ad affrontare il tema delle relazioni e della loro difficoltà in un mondo duro e aspro come le scogliere del Dorset, in cui il lavoro e il sostentamento della famiglia vengono sempre prima della propria felicità.

 

Ammonite – la trama

Anni ’40 dell’Ottocento. La paleontologa autodidatta Mary Anning, Kate Winslet, lavora solitaria sulle coste del Dorset alla ricerca di fossili – l’ammonite è appunto il fossile più comune. Le sue scoperte passate sono lontane e ora lavora solo per vendere qualcosa ai turisti e guadagnare ciò che serve per il sostentamento suo e dell’anziana madre. Ciò che le riesce appena. Quando un ricco turista, Roderick Murchison, James McArdle si presenta da lei con la giovane moglie Charlotte, Saoirse Ronan, e le chiede di assistere al suo lavoro in cambio di un lauto pagamento, lei non è in condizione di rifiutare. Lo stesso avviene quando Murchison decide di affidare Charlotte, che si sta riprendendo da un momento difficile, nelle mani di Ann, mentre lui prosegue il suo tour per l’Europa. Le due donne scopriranno una comune solitudine e tra loro nascerà un’appassionata storia d’amore.

Mary Anning, una figura femminile poco valorizzata

Nell’incentrare il suo secondo lavoro sulla figura poco nota della paleontologa Mary Anning, il regista e sceneggiatore Francis Lee intendeva, come lui stesso ha chiarito: “continuare il lavoro iniziato con God’s Own Country sulle relazioni e su come ci muoviamo all’interno di esse. Quindi, parlare di Mary in una relazione intima”. Dunque l’interesse di Lee era sì mostrare il lavoro di Mary come scienziata, ma ancor più focalizzarsi sui suoi bisogni dal punto di vista emotivo e relazionale, a lungo relegati in un angolo, che trovano nell’incontro con Charlotte lo spazio per esprimersi.

Ecco dunque l’inserimento di una storia d’amore omosessuale, liberamente inventata da Lee, che scompagina l’austero equilibrio della protagonista. Della figura di Mary infatti si sa poco e non vi è quasi nulla di scritto, ancor meno sulla sua vita privata. Dunque, con assoluta libertà creativa il regista ha immaginato la relazione con la giovane e ricca Charlotte.

Nonostante la bravura delle protagoniste, Kate Winslet e Saoirse Ronan – il regista ritrova anche Alec Secareanu e Gemma Jones – l’idillio amoroso è poco coinvolgente e non sembra apportare un vero cambiamento nella vita delle due donne. Non si sente insomma, quella sensazione di ineluttabilità dello stare insieme, quella necessità che fa si che la relazione cambi davvero, radicalmente e per sempre, le vite delle protagoniste. Il laconico finale ne è una conferma. Non si è emotivamente trascinati, nonostante l’amore passionale. L’incedere del film è lento, ricco di pause e silenzi, scanditi dai brani al pianoforte della colonna sonora.

Lee non coglie a pieno l’opportunità offerta dalla figura di donna forte ed emancipata che Mary Anning rappresenta. Una donna della working class, che ha dovuto rimboccarsi le maniche fin da bambina a causa della precoce morte del padre, completamente autodidatta, la cui scoperta paleontologica più importante, fatta a 11 anni – un fossile di ittiosauro – è conservata al British Museum. Una donna che ha dovuto farsi strada in un mondo di uomini e che, svanita la fama, ha continuato ad occuparsi con dedizione del suo lavoro. Le tematiche sociali, sia in relazione all’appartenenza di classe, che di genere avrebbero meritato più attenzione e spazio, dando così il giusto risalto ad uno spirito libero ed indipendente in un’epoca ancora fortemente influenzata da dogmi e convenzioni.

Una messa in scena realistica

Visivamente Ammonite è curatissimo e l’aspra natura delle coste inglesi del Dorset, con il freddo, l’umidità, la terra e il costante rumore del mare vanno di pari passo con l’animo di Mary, indurito da anni di fatica e solitudine. Il regista ha voluto una messinscena più realistica possibile e si è affidato per la fotografia a Stéphane Fontaine  e per i costumi a Michael O’Connor. Tuttavia, Lee perde sia l’opportunità di aggiungere qualcosa alla geografia dei sentimenti disegnata fin qui, sia quella di allargare maggiormente il discorso alla sfera sociale e culturale, rendendo il lavoro di più ampio respiro.