Nel 1940 Berlino era una città già devastata. Se non in senso letterale, certamente nell’animo, poiché nella middle-class ci si faceva guerra fra poveri, si rubava ai propri vicini, si denunciava il prossimo alla prima occasione utile, cercando di stare alla larga dai problemi del regime il più possibile. Otto ed Elise Hampel sono strettamente fra questi ultimi, silenziosi lavoratori con un figlio al fronte, desiderosi di non nuocere nessuno, di essere coinvolti il meno possibile nelle attività del Fuhrer. Quando una missiva però annuncia la morte del figlio Hans, il dolore genera in loro una reazione quasi inaspettata, feroce eppure misurata: i due danno il via a una rivoluzione senza fare troppo rumore, scrivendo su alcune cartoline tutte le nefandezze e le bugie del governo per lasciarle in giro per la città. Per quest’ultimo un atto simile può significare una cosa sola, alto tradimento e condanna a morte.

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Dal 1940 al 1942, in diciotto mesi di attività, saranno oltre 200 le cartoline (285, per essere precisi) riempite a caratteri cubitali e sparse in ogni zona di Berlino, utili a far imbestialire i palazzi del Terzo Reich e a far partire un’autentica caccia ai colpevoli. Una storia importante, fondamentale per raccontare la resistenza tedesca della quale spesso ci si dimentica, e rigorosamente vera, trasformata prima in romanzo da Hans Fallada nel 1947 e ora in film per il grande schermo da Vincent Perez, sia in veste di scrittore che di regista. Se dal punto di vista prettamente formale ci troviamo davanti a un prodotto nella media, senza estremi, anzi forse molto simile a tanti altri del medesimo genere, è dal lato attoriale che Alone in Berlin vince a piene mani.

La delicatezza e la misura che Emma Thompson e Brendan Gleeson, rispettivamente nei complicati ruoli di Anna e Otto Quangel, riescono a mettere nella loro performance e nei loro volti valgono l’intero progetto. Ognuno reagisce al dolore in maniera diversa, ognuno mette in atto la sua personale resistenza con decisione differente, per ritrovarsi uniti e bisognosi uno dell’altro durante l’atto finale. Lungo il loro cammino il severo Daniel Bruhl, ispettore di polizia che compie a sua volta un percorso decisamente particolare: genera l’inferno per provare infine a redimersi, ma il sentiero della redenzione non è semplice da percorrere per chi ha troppo sangue sulle mani e sulla coscienza. Ci troviamo dunque di fronte ad un punto di vista insolito, quasi inedito: cittadini tedeschi, non ebrei, che iniziano a manifestare repulsione verso un sistema che ha portato la Germania del tempo – ma non solo – alla distruzione. Un esempio che ha grande valore ancora oggi, sia di coerenza – per come i coniugi Hampel hanno combattuto fino alla fine – sia di civiltà, che è bene ricordare costantemente per non morire soli, inascoltati. A Berlino come ovunque.