Se in Eden, film del 2014, la giovane Mia Hansen-Løve raccontava con leggerezza e un po’ di sana incoscienza il mondo underground degli adolescenti francesi, in particolare del fratello Sven Løve a cui la storia era ispirata, due anni dopo ci ritroviamo a parlare di un salto non indifferente – sia per quanto riguarda la maturità artistica che i temi. Nonostante i suoi 35 anni, la sceneggiatrice e regista parigina ha scelto di affrontare infatti la piena età adulta in L’Avenir, che in italiano si può tradurre con “ciò che avverrà”. Non siamo più in garage ammuffiti o nel bel mezzo di rumorosi rave party in riva alla Senna, al contrario abbiamo quasi 60 anni, siamo seduti alla cattedra di una classe, viviamo in case piene di libri di filosofia e fronteggiamo problemi quotidiani che molti hanno: una madre ormai anziana e ossessionata dalla sua solitudine, un marito all’apparenza infedele dopo 25 anni di matrimonio, i figli che crescono e sentono il richiamo della loro autonomia.

 

201609145_3Nonostante sulla carta possa sembrare un copione già letto, già sentito, la Hansen-Løve scrive un ruolo per Isabelle Huppert fra i più belli che siano capitati all’attrice francese negli ultimi anni. Con rinnovata maestria e insolita sensibilità, prestata a temi lontani dalla sua generazione, l’autrice fa scorrere il discorso con naturalezza, tanta ironia e palpabile emozione, che scivola dallo schermo per far compagnia allo spettatore lungo tutto l’arco della narrazione. Grazie a un montaggio lineare ed essenziale, una fotografia non troppo elaborata e una colonna sonora affatto invadente, anzi perfetta nel sottolineare i passaggi più importanti, si diventa parte di una storia soggetta al caos degli eventi e alla tensione che questi creano, forse per questo universale.

Nathalie, la protagonista, non ha idea di cosa possa accaderle domani, si affida semplicemente al suo istinto – esattamente come la sua gatta Pandora, nonostante tutti pensino che non ne abbia. Un modo per la Hansen-Løve di esorcizzare tutti quei demoni propri della crescita, del futuro, inneggiando a una “anarchia controllata” dello spirito e alla coerenza delle scelte. Non tutto però è frutto dell’immaginazione, dove questa finisce iniziano i ricordi: nel personaggio di Isabelle Huppert vi è infatti molto della madre della regista, anche lei passata attraverso una separazione. La paura diventa così omaggio, l’emotività tutta al femminile si trasforma in esempio per l’inattaccabile arroganza maschile, l’esperienza si tramuta in arte, mentre infine “le cose che verranno” si mostrano come proiezione del nostro presente, dimostrandoci che abbiamo sempre tempo e volontà per cambiare il corso delle cose.