Billy Lynn

Torna sui grandi schermi Ang Lee, pluripremiato regista taiwanese, vincitore – per ben due volte – dell’Oscar alla Miglior Regia (per i film I Segreti di Brokeback Mountain e Vita di Pi).

 

Americano di adozione, in questa sua ultima opera Lee tratta di uno dei temi cardini dell’american way of life, quello dell’amore verso la propria patria.

Lo spinoso argomento della guerra in Iraq non è infatti che un pretesto per raccontare, dal personalissimo punto di vista di un Soldato Speciale, come viene vissuta dai giovani militari americani l’esperienza di vita collettiva e di responsabilità militare verso il proprio paese.

Tratta dal best seller di Ben Fountain, “È il tuo giorno, Billy Lynn!”, la storia parla del breve periodo di licenza concesso al Soldato Scelto Billy Lynn (l’esordiente Joe Alwyn), diciannovenne texano costretto da cause di forza maggiore, ad arruolarsi nell’esercito e a partire per l’Iraq. Le vicende del soldato sono inframmezzate da continui flashback che riguardano il drammatico episodio accaduto in terra straniera, dove la morte del Sergente Maggiore (Vin Diesel) – ripresa per caso dalla telecamera di un giornalista – ha permesso alla Squadra Bravo di salire alle luci della ribalta ma, contemporaneamente, ha sprofondato i soldati negli abissi dei disturbi post-traumatici.

Ang Lee dirige col suo personale stile, ormai noto, avvalendosi come sempre di un’ottima fotografia (di Jhon Toll) e aiutandosi – per la prima volta nella storia del cinema – di una camera da presa da 120 frame al secondo, girando in 3D a 4k di altissima risoluzione. Questa particolare scelta registica è dovuta alla volontà di far fare allo spettare una full immersion all’interno dell’esperienza esistenziale di un soldato di stanza in Iraq. 

Il realismo è stata la parola-chiave con la quale il regista ha messo mano ad una storia fittizia ma incredibilmente verosimile, dove nulla è edulcorato e la realtà è indagata con occhio concreto.

È il tuo giorno, Billy Lynn!: nuovo trailer ufficiale del film di Ang Lee

Si è fatto un gran parlare, soprattutto da parte della stampa americana, dell’aspetto pro o anti-guerra del film, quando in verità quello che emerge chiaramente dagli intenti di regista e sceneggiatore non è schierarsi a favore o contro la questione bellica, quanto piuttosto far emergere l’uso puramente commerciale che gli Stati Uniti ne fanno.

Paragonato infatti all’evento del Super Bowl, al quale la squadra Bravo viene invitata in veste di ospite d’onore, il vissuto traumatico dei soldati viene dato in pasto ai mass media alla stessa stregua di una partita di football o di un concerto di pop stars. Marionette mosse dal Grande Fratello, i reduci dell’Iraq si dimostrano molto più umani e supportivi dell’impietoso star system, che vorrebbe per altro acquisire la loro storia per pochi dollari trasformandola in un colossal-movie dall’incasso facile.

In questo senso le due ore di film scorrono godibilissime, non inducendo forzatamente lo spettatore a parteggiare per buoni o cattivi, eppur ritagliandosi quei pochi momenti strappalacrime messi lì proprio per ricordarci che, in fondo, stiamo pur sempre di fronte ad una favola. Perché la guerra, così come la vita vera, non può essere compresa se non da chi l’ha vissuta personalmente.