Mettere tra virgolette il titolo “Cime Tempestose” non è un vezzo grafico, ma una dichiarazione di poetica. Emerald Fennell sembra dirci fin dall’inizio che ciò che stiamo per vedere non è Wuthering Heights, bensì un oggetto cinematografico autonomo, liberamente – anzi liberissimamente – ispirato al romanzo di Emily Brontë. Un’operazione che non mira alla fedeltà, né alla riscrittura filologica, ma a una trasformazione radicale: prendere una delle storie più oscure, violente e moralmente disturbanti della letteratura ottocentesca e renderla tollerabile, seducente, glamour. In una parola: consumabile.
Il risultato è un melodramma romantico lucidissimo, furbo, levigato fino a diventare una superficie riflettente in cui lo spettatore può specchiarsi senza mai ferirsi davvero.
Un adattamento che cancella il buio per salvare la passione
Il romanzo di Brontë è un racconto di vendetta nera, fantasmi, ossessione e distruzione morale. È una storia che non cerca empatia ma vertigine, che mette il lettore davanti a personaggi sgradevoli, crudeli, incapaci di redenzione. Tutto questo, nel film di Fennell, viene sistematicamente eliminato o pesantemente modificato.

Restano Cathy e Heathcliff. Tutto il resto – la coralità, le generazioni, la brutalità sociale, l’odio che si trasmette come una malattia – viene sacrificato per costruire una narrazione binaria, centrata esclusivamente sul legame sentimentale tra i due protagonisti. Il conflitto non è più etico o sociale, ma emotivo. Non c’è più vendetta, ma frustrazione amorosa. Non c’è più orrore, ma sofferenza romantica.
In questa scelta si rivela l’anima dell’operazione: “Cime Tempestose” diventa un romanzo Harmony travestito da cinema d’autore, una storia che banalizza il materiale originale proprio per renderlo accettabile a un pubblico contemporaneo che vuole emozionarsi senza essere messo realmente in crisi.
Un non-tempo storico tra postmodernità e ricerca etetica
Uno degli aspetti più interessanti del film è la sua collocazione temporale. Fennell rifiuta qualsiasi classificazione storica precisa e costruisce un non-tempo cinematografico in cui elementi antichi e futuristici convivono senza attrito. I costumi di Jacqueline Durran citano l’Ottocento ma lo stilizzano; i dialoghi suonano arcaici ma hanno una musicalità moderna; i corpi degli attori sono contemporanei, liberi, quasi anacronistici.
È un lavoro profondamente postmoderno, che però non rinuncia a una forma di ricerca filologica: non tanto sul testo, quanto sull’immaginario. “Cime Tempestose” non è ambientato in un’epoca, ma in un’idea di romanticismo eterno, slegato dalla storia e quindi perfetto per essere consumato come mito. Questa sospensione temporale è anche il modo con cui Fennell neutralizza il peso politico e sociale dell’opera originale, trasformandola in una favola passionale fuori dal mondo.

Jacob Elordi e Margot Robbie: bellezza come dispositivo narrativo
Se il film regge, lo fa soprattutto grazie ai suoi interpreti. Jacob Elordi e Margot Robbie sono due corpi cinematografici potentissimi, e Fennell lo sa benissimo. La macchina da presa li ama, li contempla, li esibisce. Heathcliff e Cathy non sono più personaggi disturbanti, ma icone romantiche, quasi modelli su una passerella emotiva.
Elordi costruisce un Heathcliff tormentato ma mai realmente inquietante, più fragile che feroce, più ferito che vendicativo. Robbie, dal canto suo, offre una Cathy magnetica, volitiva, ma sempre leggibile, sempre empatica, leggermente bisbetica. La loro chimica è indiscutibile, e diventa il vero motore emotivo del film. È un cinema che usa la bellezza come anestetico: tutto è dolore, ma un dolore elegante, fotogenico, pronto per essere condiviso emotivamente senza lasciare cicatrici.
Regia, estetica e colonna sonora: un melodramma consapevole
Emerald Fennell dirige con una sicurezza impressionante. Ogni inquadratura è pensata, ogni scelta estetica è coerente con l’idea di fondo. La fotografia di Linus Sandgren avvolge il racconto in una luce che oscilla tra il pittorico e il patinato, tenendo sempre a mente che in scena deve sempre esserci qualcosa di rosso, che sia un nastro, un abito, o anche il colore del fiume, non importa che non sia realistico. Mentre la scenografia di Suzie Davies costruisce spazi che sembrano più stati d’animo che luoghi reali.
La colonna sonora, che include canzoni originali di Charli XCX, è forse l’elemento più esplicitamente contemporaneo: un ponte diretto verso il pubblico giovane, verso un immaginario pop che dialoga apertamente con il melodramma classico. È una scelta audace ma perfettamente in linea con l’idea di “Cime Tempestose” come oggetto ibrido, sospeso tra alto e basso, tra cinema d’autore e prodotto mainstream.

Cinema “tra amiche”: un film che sa esattamente a chi parla
In definitiva, “Cime Tempestose” è una passerella glamour perfetta per un cinema da visione condivisa, un film pensato per far piangere e sospirare. Non è per tutti i gusti, e non vuole esserlo. Non cerca la complessità morale del romanzo, né la sua violenza simbolica. Cerca invece un pubblico preciso, un’estetica riconoscibile, una risposta emotiva immediata.
Il fatto che il titolo venga presentato tra virgolette non è casuale: è il modo più onesto per dichiarare la distanza dall’originale e, allo stesso tempo, rivendicare la legittimità di un’interpretazione che non vuole essere fedele, ma efficace.
Da Warner Bros. Pictures e dalla regista premio Oscar Emerald Fennell, “Cime Tempestose” arriva nelle sale italiane il 12 febbraio 2026 come manifesto di una volontà di cinema estremamente chiara: trasformare l’oscurità in melodramma, la crudeltà in glamour, la letteratura in emozione condivisa. Una scelta discutibile, ma indubbiamente coerente.
Cime Tempestose
Sommario
Emerald Fennell trasforma l’oscurità in melodramma, la crudeltà in glamour, la letteratura in emozione condivisa. Una scelta discutibile, ma indubbiamente coerente.
