Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn

Le Birds of Prey sono un gruppo di supereroine capitanate da Oracolo (ovvero Batgirl) che protegge Gotham. O almeno lo erano fino a questo momento, visto che dal 6 febbraio arriva in sala Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn, film diretto da Cathy Yan che rilegge completamente quello che conosciamo dai fumetti.

Il film nasce dalle ceneri del disappunto di Suicide Squad e ne mantiene solo gli aspetti che erano stati bene accolti dal pubblico, ovvero il personaggio di Harley Quinn, interpretato da Margot Robbie (che qui è anche produttrice). La storia è infatti il seguito diretto della vicenda del personaggio raccontata nel film di David Ayer. Troviamo Harley scaricata da Joker e disperata per l’abbandono da parte del suo Puddin’. Di fronte alle sofferenze d’amore, però, la ragazza decide di rimboccarsi le maniche e di reinventarsi come soggetto singolo e autonomo, non più definito dalle azioni e dalle decisioni di un compagno prepotente come Mister J.

Harley Quinn si emancipa da Joker

In una Gotham niente affatto macabra ma piena di colori e di glitter (dopotutto la storia la racconta Harley stessa, era inevitabile che fosse così), la ragazza deve trovare la sua strada ma presto capisce che, interrotto il suo legame con il Clown Principe del Crimine, viene meno anche la protezione di cui lei godeva in quanto sua donna. E questo, alla luce del comportamento non sempre equilibrato della protagonista, vuol dire tanta gente che la vuole morta.

Come farà la nostra folle protagonista a sopravvivere da sola ad un nugolo di criminali da strapazzo che vuole vendicarsi? E soprattutto, come farà lei a sottrarsi al controllo di Maschera Nera, il boss dell’East End di Gotham? Nel suo percorso di fuga, Harley Quinn incontrerà altre donne, ferite e traumatizzate, che cercano la loro vendetta e che capiranno che a fare squadra contro un nemico comune ci guadagnano tutte.

Birds of Prey promuove l’indipendenza della donna

Il messaggio principale di Birds of Prey, su cui si calca la mano e al quale i filmmaker tenevano tanto, è sicuramente quello dell’emancipazione della donna dalla figura protettiva sì, ma anche invadente e prepotente dell’uomo. Harley  deve emanciparsi da Joker e dall’amore tossico che prova per lui, deve scoprirsi indipendente e capace di sopravvivere e di bastare a se stessa, e come lei anche le sue compagne di viaggio. Black Canary si emancipa da Maschera Nera e esplora il suo potenziale, Montoya fa i conti con un universo maschilista, la polizia di Gotham, Cacciatrice persegue la sua vendetta, mentre Cassandra Cain, da sempre abituata ad essere indipendente ma sola, scopre che può contare sull’amicizia di altre donne che, come lei, sono in difficoltà.

Mettiamo in guardia i fan del fumetto: chiunque tra loro leggesse il titolo del film, si troverebbe interdetto rispetto a ciò che troverà in sala. Niente di quello che accade nel film si rifà ai fumetti così come li conosciamo, e una volta messo in chiaro questo, possiamo farci trascinare in due ore di sconnessa follia in cui queste belle ragazze un po’ arrabbiate picchiano come fabbri, nella migliore tradizione action testosteronica.

film-più-attesi-birds-of-preyBirds of Prey è un action movie

Sotto questo punto di vista, Birds of Prey è un film divertentissimo, con musica invasiva e colori accesi ad accentuare la follia e l’eccitazione delle scene di lotta, in cui Harley e compagnia hanno la meglio su energumeni di ogni età, razza e stazza, a dispetto del loro essere esili donzelle (per niente in difficoltà). Si sono divertite le interpreti e si è divertita chiaramente anche la Yan, alla sua prima volta dietro alla macchina da presa di un film di genere.

Poco cinecomic, ma molto action movie con strizzate d’occhio ai mob e buddy movie declinati al femminile, Birds of Prey pecca però nelle basi del racconto. Tutta la prima parte del film dimostra una grandissima confusione nell’organizzazione narrativa, affidandosi al racconto in voice over di una logorroica Harley che però, forse a imitare la confusione della sua testa, sovrappone piani temporali a spiegoni fondamentali per inquadrare i personaggi con un risultato estremamente goffo. Arriva troppo tardi, nel film, il momento in cui le protagoniste fanno squadra ed è proprio da lì che l’azione e il racconto cominciano ad essere davvero efficaci.

La sceneggiatura firmata da Christina Hodson si dimostra confusa, forse perché la resa cinematografica cerca disperatamente di risultare originale, sopra le righe, gridando sguaiatamente il proprio messaggio: le donne possono fare tranquillamente a meno di relazioni tossiche e che minano la loro libertà e indipendenza.

Ed è tutto vero, sacro e giusto, e forse vale ancora la pena di insistere su questo concetto, in una società che continua a negare la disparità di genere. Resta un po’ di amaro in bocca, perché proprio il messaggio del film continua a contrapporre i generi, raccontandoli come avversari, invece di accostarli, metterli fianco a fianco e farli camminare, da pari, nella stessa direzione. Ma forse, prima di arrivare alla parità completa, questo è un passaggio obbligato.