La casa in cui abbiamo vissuto per una vita intera rappresenta un tassello fondamentale del puzzle della nostra esistenza. I muri un po’ sbiaditi, i mobili opachi che raccontano il tempo che passa e i letti consumati su cui abbiamo trascorso le notti custodiscono ricordi, sogni e speranze. Quando qualcuno ci costringe a lasciare quel luogo, è come se ci chiedesse di rinunciare a una parte di noi e, allo stesso tempo, di consegnarla a qualcun altro. È questa la riflessione profonda che permea la scrittura di Calle Malaga, il nuovo film di Maryam Touzani, presentato all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
La trama di Calle Malaga
Maria Angeles (Carmen Maura) sta vivendo l’ultimo atto della sua esistenza. Da sempre abita a Tangeri, in una casa che trasuda vita vissuta: i lampadari dai colori sgargianti, la cucina che ha accolto i pranzi e le cene di un’intera famiglia, i fiori che annaffia ogni giorno e che, ormai, sembrano tenerle compagnia. È il luogo in cui è diventata la donna di ora, e dal quale non riesce a immaginare di separarsi. L’arrivo improvviso della figlia Clara (Marta Etura), da Madrid, incrina però quell’equilibrio. La donna sta affrontando una separazione, fatica a sostenere l’affitto e a mantenere i figli, e vede nella vendita dell’abitazione l’unica possibilità per ottenere la liquidità necessaria ad acquistarne una nuova e ritrovare un po’ di stabilità. Maria, però, non conosce altro posto al mondo che quello. Pur sapendo che trasferirsi in Spagna le permetterebbe di stare accanto ai nipoti e di alleggerire il peso che grava sulla figlia, rifiuta di lasciare quella casa che custodisce tutta la sua vita. Così, quando Clara decide comunque di venderla, forte del fatto che il padre l’abbia intestata a lei, Maria farà di tutto per non lasciarla.
La casa che abitiamo è l’estensione di noi stessi
Con una delicatezza disarmante, esaltata da uno sguardo carezzevole e da movimenti di macchina che sembrano abbracciare costantemente Maria, la protagonista, Touzani costruisce un’opera che racchiude una forte dualità. Da una parte c’è Maria, ormai giunta all’ultima fase della sua vita, profondamente legata alle proprie radici e a quella casa di Tangeri che è diventata un’estensione della sua identità; dall’altra Clara, ancora nel pieno della sua esistenza, che prova a guardare oltre quei muri perché davanti a sé ha ancora un futuro da costruire e non può permettere che un’abitazione ne condizioni il cammino.
Entrambe cercano un appiglio, un’ancora a cui aggrapparsi per non lasciarsi travolgere. E, paradossalmente, è proprio negli sguardi, nelle incomprensioni e nei silenzi che sperano di trovare l’una nell’altra quella salvezza che da sole non riescono più a raggiungere. Il merito più grande della regista è quello di restituire in termini filmici entrambe le prospettive, senza giudicare nessuna delle due. Per questo, ciò che accade è che per chi osserva è quasi impossibile prendere posizione. Comprendiamo Maria, perché è ingiusto che venga allontanata dalla casa che custodisce tutta la sua memoria, ma comprendiamo anche Clara, precipitata in una crisi economica ed emotiva così profonda da aver bisogno dell’aiuto della madre per riuscire a rialzarsi.
Una storia di opposti
Nell’indagare il significato più autentico dell’abitare un luogo, Touzani intreccia altri due temi destinati a fare da contraltare l’uno all’altro: il complesso rapporto madre-figlia, che, come suggerisce il finale, non trova mai una soluzione definitiva, e il modo in cui età diverse possono guardare alla vita. Maria, ormai vicina al tramonto della propria esistenza, continua a celebrarne ogni istante, mentre Clara, che dovrebbe viverne la primavera, resta prigioniera delle proprie inquietudini, incapace di riconoscere la bellezza nascosta nella quotidianità. Calle Malaga diventa così una poesia dolceamara, un racconto che si insinua con estrema delicatezza nello sguardo dello spettatore e continua ad abitarlo anche molto tempo dopo i titoli di coda.
Calle Malaga
Sommario
Calle Malaga è una poesia dolceamara, un racconto che si insinua con estrema delicatezza nello sguardo dello spettatore e continua ad abitarlo anche molto tempo dopo i titoli di coda.



