Come ti divento bella

Arriva nelle sale il 22 agosto Come Ti Divento Bella, la commedia scritta e diretta da Abby Kohn e Marc Silverstein e interpretata da Amy Schumer.

Quando non recita la parte di se stessa senza filtri e diventa semplicemente lo strumento migliore per raccontare il disagio e le contraddizioni dell’essere donna negli anni duemila, Amy Schumer riesce a risultare molto più gradevole e affettuosa di quella che abbiamo visto (e amato) esibirsi nell’ambito della stand-up comedy. Ma già in Trainwreck – Un disastro di ragazza, dove era diretta da Judd Apatow, aveva dato prova del talento variegato, della capacità di cambiare registro e del lato sensibile che si nasconde sotto le battute a sfondo sessuale (il vero cavallo di battaglia dei suoi sketch).

Dalla difficoltà di impegnarsi in una relazione alla paura di non venire affatto notati, al giorno d’oggi è una questione di sfumature; ecco perché, per certi versi, i personaggi interpretati dalla Schumer in Trainwreck e Come ti Divento Bella non sono poi così tanto diversi, anzi dissimulano bene lo stesso dilemma generazionale affrontato frequentemente nella filmografia apatowiana e dalle voci della nuova commedia romantica: adulti – o presunti – vulnerabili, post-adolescenti sognatori disillusi sulla vita, si scontrano ogni giorno con la loro instabilità sentimentale e con il mito della perfezione, sfuggendone più per paura che per incapacità di affrontarli.

come ti divento bella

La soluzione più facile sembra essere il travestimento: indossare i costumi di qualcun altro, agire spinti dal potere di un’immagine esterna che giustifichiamo come “modello di ispirazione”, nella maggioranza dei casi esteticamente perfetta; la si può trovare ai limiti dell’umano (i supereroi) o agli angoli della quotidianità spacciata per tale (la moderna ondata di influencer è un ottimo esempio), insomma chiunque pur di evitare il confronto con il proprio sé inadeguato cerca qualcosa da emulare.

Cosa c’entra tutto ciò con Come ti divento bella? Tralasciando l’effetto contrario della traduzione italiana (non è un film sul processo del diventare bella, ma sul sentirsi bella, che è assai diverso), c’è un tema che di certo non solleva ma che contribuisce a rinsaldare la pellicola di Abby Kohn e Marc Silverstein, ovvero la relatività di un concetto banale su cui si edifica l’industria dell’intrattenimento, della moda, della pubblicità: l’aspetto fisico.

Un paio di anni fa Brie Larson denunciava un problema di fondo dei meccanismi di casting a Hollywood, cioè che alle ragazze non troppo belle o non troppo brutte non venivano offerte opportunità di lavoro. Discorso sacrosanto visto che mezzo secolo di produzioni americane è stato legato alla presenza di almeno una diva di bell’aspetto (Marylin Monroe, Lauren Bacall, Grace Kelly etc). Poi per fortuna è arrivata la commedia “d’autore” nei circuiti della stan-up, un varco sempre aperto dove tutte le attrici, soprattutto le più talentuose, potevano esprimersi uscendo fuori dagli standard tradizionali (Kristen Wiig, Melissa McCarthy, Sarah Silverman, Tina Fey, Kate McKinnon).

Amy Schumer, una vera regina della comedy, non ha esattamente la silhouette di Julia Roberts, né la sensualità di Scarlett Johansson, tuttavia rappresenta il prossimo canone di bellezza, l’unico davvero accettabile perché indefinito, imperfetto. Insomma lo stesso di una Lena Dunham qualsiasi. Cosa è bello e cosa non lo è siamo noi a stabilirlo, e dobbiamo riappropriarci di un potere che è in mano alle aziende, a chi fabbrica immagini plastificate e irrealistiche; un messaggio forte e chiaro lanciato dal film di Kohn e Silverstein che merita di sicuro attenzione. Per l’ironia con cui tratta l’ossessione dell’apparenza e il complesso di inferiorità delle nuove generazioni, per la cura che si prende dei personaggi (compresa l’imprenditrice di Michelle Williams), infine per la tenerezza che imprime sul percorso di redenzione della protagonista Renee, in fondo più vicina a noi di quanto sembri. Risate garantite e momenti di riflessione come poche volte capita confermano lo stato di salute di un genere sempre più indirizzato dalle donne e fiero di essere diversamente bello.