Dirty Feathers documentario 2021

Il regista e fotografo messicano Carlos Alfonso Corral racconta i luoghi che ha visto fin da bambino nel documentario d’esordio Dirty Feathers. Nato nella zona di confine tra El Paso e Ciudad Juárez, classe 1989, conduce lo spettatore alla scoperta di quei luoghi e di un’umanità ai margini, facendo raccontare in prima persona a un gruppo di senzatetto con storie diverse la propria vicenda umana.  Presto si fa strada la riflessione su una società opulenta e consumista che esclude un numero sempre maggiore di persone.

Corral alla Berlinale con Roberto Minervini

Dirty Feathers, selezionato per partecipare nella sezione Panorama Dokumente al prossimo Festival di Berlino, che vede tra i protagonisti anche l’italiano Pietro Marcello (Martin Eden), è un progetto che nasce anche grazie al supporto produttivo di Roberto Minervini, col quale Corral ha mosso i primi passi nel cinema. Il film non poteva non avere la benedizione di Minervini, che da documentarista apprezzato nei Festival internazionali si è spesso concentrato sulle contraddizioni dell’America contemporanea. Basti pensare a lavori come The passage, Bassa marea e Ferma il tuo cuore in affanno, che esplorano proprio la frontiera texana. Dirty Feathers è prodotto da Pulpa Film, Cine Candela, in associazione con Cinezoic Media e El Jinete Films. e Slingshot Films ne cura le vendite estere. 

Le storie di Dirty Feathers

Brandon Ashford e sua moglie Reagan sono in attesa di un bambino, una giovane di 16 anni col suo cane sembra aver vissuto già molto per la sua età, ma di fronte a un paio di scarpe “nuove” trovate chissà dove, compie un gesto da adolescente quale è. Un veterano della marina racconta di come vi abbia prestato servizio per sei anni prima di finire sotto i ponti. Poi, un padre che ha perso il figlio, un’amicizia tra una senzatetto e una bambina – lei potrebbe essere sua nonna. Felipe racconta la sua esperienza in ospedale da malato senza assicurazione sanitaria, una donna ispanica ripercorre una violenza subita e si aggrappa alla fede. Queste e tante altre sono le storie dei protagonisti di Dirty Feathers, homeless che passano la notte all’Opportunity Center for the Homeless di El Paso, dove li aspetta un pasto caldo e un tetto sulla testa, mentre di giorno vagabondano cercando di sopravvivere.

Viaggio tra gli homeless dalle piume sporche con tanta angoscia e poca speranza

Dirty FeathersDirty Feathers, ovvero “piumaggio sporco”, è questo che mostra il film documentario di Carlos Alfonso Corral. Lo sporco di cui si parla non è certo nell’animo dei protagonisti, ma nella privazione in cui sono costretti a vivere e in cui sono lasciati dalla società che intorno a loro continua a muoversi, noncurante, salvo rare eccezioni. Lo sporco è conseguenza dell’indigenza, della fame, della scarsa assistenza e della mancanza di opportunità. Bianco e nero con la fotografia di Nini Blanco e macchina a mano, queste le scelte stilistiche del regista per portare lo spettatore nel mondo che racconta. Brandon, Reagan e gli altri hanno volti segnati e storie angoscianti.

Vite invischiate in una condizione dalla quale sembra davvero difficile uscire, come quegli uccelli ricoperti di petrolio che si vedono dopo un disastro ambientale, destinati a morire se qualcuno non li aiuta a togliersi di dosso quella melma, ma che sanno ancora volare. In queste vite in bianco e nero, vuol dire Corral, c’è ancora una speranza. Viene in mente a proposito una poesia di Emiliy Dickinson, Hope is the thing with feathers, che dipinge la speranza come una creatura alata, capace di resistere in ogni situazione, anche la più estrema, senza chiedere di essere alimentata.

Ebbene, il problema del film forse è proprio qui: la speranza, invece, va alimentata. Ha bisogno di qualcosa di concreto su cui fondarsi. Qualcosa che qui non c’è. Vorrebbe dare speranza Corral con la sua visione poetica, con il racconto anche intimo di queste storie, ma non sembra trovare l’equilibrio giusto. Pochi i momenti più lievi, in cui quella speranza così anelata riesce a filtrare: il vecchietto suonatore di armonica che nonostante tutto sorride, il gioco e l’intimità tra una donna anziana e una bambina, sconosciute ma amiche, il volto di Brandon che parla al figlio non ancora nato, sognando un futuro diverso per lui.

Questo però non basta a scostare, anche solo lievemente, la coltre di angoscia che avvolge il lavoro. Contribuisce il fatto che la speranza evocata da Corral somigli più a una fede che a qualcosa di tangibile e concretamente a portata di mano. Ci vuole un’opportunità concreta per ricominciare, perché qualcuno dei protagonisti riesca a costruirsi una nuova vita, a ripartire. Emblematico in questo senso il sogno di Brandon di aprire un ristorante e dare un futuro diverso al suo bambino. Con quali risorse potrà riuscire a realizzare questo sogno? Stante la situazione che viene presentata, sembra piuttosto una speranza vana, destinata a svanire all’orizzonte.

La dimensione in cui vivono i protagonisti di Dirty Feathers resta dunque in bianco e nero, un rigoroso bianco e nero che finisce per appesantire una realtà già di per sé disperante, carica di angosce e dolori. Lo spettatore potrà sentirsene sopraffatto e forse caricato di un eccessivo peso. Il film finisce così per comunicare un senso di impotenza, più che di speranza. Resta comunque una luce accesa sugli ultimi, su situazioni troppo spesso dimenticate e relegate ai margini.