Divine Comedy, recensione del film del regista iraniano Ali Asgari

Il regista di Kafka a Teheran usa l’assurdo e il metacinema per raccontare la censura iraniana come un sistema che divora chi prova a fare cinema.

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Presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, Divine Comedy conferma Ali Asgari come una delle voci più lucide e corrosive del cinema iraniano contemporaneo. Un film che nasce dal realismo più concreto, ma che usa la forma cinematografica per spingere l’assurdo fino al limite, trasformando la burocrazia in una vera e propria macchina infernale.

Fare film è un inferno

Il protagonista è Bahram, regista quarantenne interpretato da Bahman Ark, autore di film girati in lingua turco-azera che hanno trovato riconoscimento all’estero, ma che non sono mai stati proiettati in Iran. Il suo ultimo lavoro viene nuovamente respinto dal Ministero della Cultura, spingendolo a un punto di rottura. Accanto a lui c’è la produttrice Sadaf, interpretata da Sadaf Asgari nei panni di una versione romanzata di sé stessa: lingua affilata, capelli blu, Vespa rosa e una determinazione che contrasta con l’immobilismo del sistema. Insieme intraprendono una missione clandestina per riuscire a mostrare il film almeno una volta al pubblico iraniano, aggirando censura, burocrazia e paure interiori.

Asgari costruisce il film come un percorso a tappe, una vera e propria discesa agli inferi che rovescia ironicamente la struttura dantesca evocata dal titolo. Se nella Divina Commedia originale si attraversano i cerchi dell’Inferno per giungere alla salvezza, qui il viaggio è inverso: Bahram parte da una condizione di apparente libertà creativa e scivola progressivamente in un sistema soffocante, dove ogni incontro rappresenta una distorsione del cinema e della sua funzione.

Il primo ostacolo è il funzionario del Ministero della Cultura, apparentemente competente e persino cinefilo, ma completamente prigioniero di dogmi religiosi e contraddizioni ideologiche. Il loro confronto è un dialogo kafkiano in cui tutto viene messo in discussione: dalla lingua utilizzata nel film alla presenza di un cane in una scena, elemento ritenuto “indecente” e sufficiente a giustificare il divieto di distribuzione. La censura si manifesta così non come atto violento, ma come logica ottusa che si autoalimenta.

La critica al compromesso

Da lì, Bahram e Sadaf incontrano una serie di personaggi che incarnano diverse forme di compromesso. C’è il gestore di una sala che si definisce amante del cinema ma programma solo commedie popolari, un attore-influencer vanesio pronto a concedere la propria sala privata in cambio di un ruolo e di qualche favore extra, un produttore dai metodi mafiosi che vorrebbe piegare il talento del regista a un progetto propagandistico. Persino il fratello gemello di Bahram, anch’egli cineasta, ha scelto la strada dell’integrazione nel sistema, rinunciando a qualsiasi ambizione autoriale pur di lavorare senza ostacoli.

Questa galleria di figure permette ad Asgari di mettere in scena una critica feroce ma sempre filtrata dall’ironia. L’umorismo non nasce mai dalla gag, ma dall’assurdità stessa della repressione. È un riso trattenuto, spesso amaro, che diventa forma di resistenza in un contesto dove la ribellione aperta comporta conseguenze troppo gravi. Non a caso, lo stesso gesto di realizzare Divine Comedy assume un valore politico: il film esiste perché qualcuno ha deciso di non scomparire.

Dal punto di vista formale, la messa in scena riflette questa immobilità strutturale. Gli spazi sono rigidi, gli incontri spesso statici, i tempi dilatati. Lo spettatore è costretto a vivere in prima persona la lentezza della censura, la frustrazione dell’attesa, il logoramento psicologico di un sistema che non ammette scarti. In questo senso, il cinema di Asgari continua il discorso già avviato in Kafka a Teheran, pur spingendosi qui verso una critica più esplicita e corrosiva.

Raccontare per essere visti e ascoltati

I riferimenti cinefili sono numerosi – da Godard a Matrix – così come è evidente il debito nei confronti di Nanni Moretti, soprattutto per le deambulazioni in scooter, il metacinema e l’uso dell’ironia come strumento politico. Ma Divine Comedy non è un mero esercizio citazionista: è un film che trova una propria voce, capace di fondere leggerezza apparente e radicalità del gesto.

L’immagine finale, quella del cane che osserva immobile, chiude il cerchio con una forza simbolica limpida: il cinema come atto di testimonianza, come sguardo che resiste anche quando tutto intorno invita al silenzio. Divine Comedy non è soltanto una satira contro la censura iraniana, ma un film profondamente umano sul bisogno di essere visti, ascoltati, riconosciuti. In un contesto in cui “proiettare un film” diventa un atto di sopravvivenza, Asgari firma così una delle opere più lucide e necessarie del suo percorso.

Divine Comedy
3.5

Sommario

Ali Asgari trasforma la censura iraniana in un meccanismo grottesco e circolare, facendo della burocrazia un vero inferno quotidiano in cui il cinema diventa atto di resistenza più che strumento narrativo.

Agnese Albertini
Agnese Albertini
Nata nel 1999, Agnese Albertini è giornalista e critica cinematografica per Cinefilos.it, Best Movie e CinemaSerieTv.it. Laureata in Lingue e Letterature straniere all’Università di Bologna, dal 2022 scrive articoli, news, interviste in inglese e crea contenuti per i social.

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