Elle

Un gatto certosino guarda placidamente, con tutta la calma del mondo, oltre la camera da presa come se nulla stia accadendo, mentre dai suoni si percepisce che non sia proprio così. Si percepisce distintamente un gran chiasso, una tazza che finisce in frantumi, qualche posata d’argento che si infrange per terra, forse una piccola colluttazione, gemiti direttamente riconducibili al sesso. Non c’è piacere però, solo affanno, dolore quasi, infatti il controcampo non lascia nulla all’immaginazione: un uomo in tuta nera attillata e passamontagna sta forzando una donna ad avere un rapporto, dopo averle assestato qualche duro colpo in volto. Inizia così Elle, il nuovo malato, ipnotico, irresistibile film di Paul Verhoeven, un autore che ha segnato l’intera storia del cinema con pellicole iconiche del calibro di RoboCop, Atto di Forza, Basic Instinct.

 

L’artista olandese focalizza tutta la sua attenzione sulla figura di Michèle, una donna sulla sessantina che però non ha perduto per nulla il suo fascino, attorno a lei ruotano infatti diversi uomini innamorati del suo corpo, del suo ‘involucro’, più che della sua anima: il marito della sua migliore amica, il suo stesso ex marito, un vicino di casa, tutti o quasi i dipendenti del suo studio di sviluppo, ragazzi giovanissimi che potrebbero essere suoi figli, visto che creano videogiochi. Uomini poco più che adolescenti che sanno però come far valere le loro idee, che non hanno paura di sfidare il loro capo, dunque portatori sani di spina dorsale al contrario del vero figlio di Michèle. Un ragazzone in balia della donna che ama, che da suo conto lo maltratta, lo tradisce, non lo considera, mentre lui subisce tutto in silenzio. Non sappiamo se dipenda dal carattere o da come la madre lo abbia allevato, del resto lei è una persona con un passato oscuro alle spalle, figlia di un pluriomicida che vive in carcere da quando lei aveva pochi anni, cioè quasi da sempre.

Elle, il film

Elle

Quella “figlia della cenere” è ora una donna autonoma, sicura di sé, che non viene intaccata e ferita neanche da una violenza sessuale; la dura corteccia che si è creata è uno scudo per non essere abbandonata di nuovo, per non essere messa da parte, motivo per cui difficilmente ama nel profondo. Preferisce rimanere in superficie, tenere tutti a guinzaglio, non mostrare mai il lato tenero che in quanto donna le appartiene comunque di diritto. A leggere tutto questo si potrebbe pensare a un film serioso, incredibilmente drammatico, in realtà tutto lo strato riflessivo è secondario e si trova al di sotto di uno strato primario, fatto invece di ironia tagliente, lacerante e brillante. La penna di David Birke, che ha firmato la sceneggiatura, fa più vittime della spada, fa divertire il pubblico dall’inizio alla fine e rende Elle un lavoro dalle molteplici facce, dai diversi spessori e significati. A completare il quadro generale un cast sopra le righe, un Laurent Lafitte (volto di qualità del cinema francese) incredibilmente versatile e ambiguo, insieme alla punta di diamante Isabelle Huppert.

Trovare oggi nuove parole per raccontare il talento dell’attrice classe ’53 è davvero impresa complicata, perché dopo centinaia di interpretazioni sa ancora come reinventarsi, come prendersi la scena con una battuta affilata, con un sopracciglio ben arcuato. Con lei in stato di grazia tutto diventa più facile, la direzione di un regista, la scrittura di uno sceneggiatore, il coinvolgimento dello spettatore. È lei la protagonista (Elle), lei il centro di tutto, lei la metafora di un mondo che dà troppa importanza al sesso, troppa importanza ai sentimenti, che si prende troppo sul serio, quando invece spesso la soluzione degli enigmi si nasconde dietro l’umorismo e l’esagerazione. La chiave vincente che Paul Verhoeven ripropone ancora, instancabile, dopo 45 anni di carriera.