Ghostbusters: Legacy recensione

Non ce ne voglia l’allegra brigata del reboot diretto da Paul Feig nel 2016, ma la storia parla chiaro: Ghostbusters: Legacy segna il vero ritorno degli Acchiappafantasmi. Se non possiamo apertamente parlare di trilogia, ci troviamo indubitabilmente di fronte al vero sequel dei due film di Ivan Reitman del 1984 e 1989. E non banalmente per la presenza del figlio Ivan (Juno, Tra le nuvole, Tully), che pure dà un significato particolare all’operazione, ma per la riuscita costruzione di un ponte con il cult di allora sul quale possano camminare insieme tanto i fan più datati quanto i loro nipotini.

 
 

Ghostbusters: Legacy, la trama

Senza sbilanciarci troppo nella descrizione della premessa e del contesto – ma basta navigare un minimo per scoprire gli indizi evidenti in cast e trama – il film ci porta subito a empatizzare con una madre single e i suoi due figli, tra il nerd e il disadattato, costretti a trasferirsi nella fattoria del nonno appena deceduto. Siamo a Summerville, in Oklahoma, cittadina falcidiata da terremoti inspiegabili e sede della vecchia miniera abbandonata intitolata al presunto occultista Ivo Shandor.

Un nome che potrebbe ricordarvi qualcosa, per esempio il principale antagonista dei nostri eroi nella versione videogame Atari del 2009, ma soprattutto lo Shandor Building al 550 Central Park West di New York dove avevamo fatto la conoscenza di Gozer il gozeriano. Un ennesimo campanello che si aggiunge al concerto, ma che ben lungi dal rovinare nessuna sorpresa vi coinvolgerà sempre più mano mano che vedrete riannodarsi i fili o manifestarsi le connessioni con il passato.

Paul Rudd

Il ricordo di un’epoca d’oro per il cinema

Che non è solo quello del franchise, ma quello legato a un’epoca d’oro per il cinema e per gli appassionati di avventure nei quali gli eroi non superavano spesso il metro e mezzo o i quattordici anni. Reitman stesso – Jason, non Ivan – ha dichiarato di aver sempre sognato di realizzare uno film come quelli che amava da ragazzino, da ET ai Goonies. Un film nel quale la nostalgia la facesse da padrona, ma per una volta con intelligenza.

In troppe occasioni sentiamo parlare di omaggio e vediamo abbondare citazioni che suppliscono a una palese mancanza di ispirazione o a buchi vari di sceneggiatura. Non qui. Dove tutta la narrazione, dall’inizio alla fine, nelle sue deviazioni e parentesi, nei riferimenti e le apparizioni, si mostra organica, organizzata e coerente. Tanto da sembrare più incredibile della presenza di fantasmi e demoni.

Inutile creare tensione sulla presenza o meno dei protagonisti di una volta – i camei non mancano, anch’essi ben distribuiti e decisamente piacevoli – e dei loro giocattoli, ci sono tutti! Ecto-1 e zaino protonico compresi. Più divertente assistere al lento svelarsi del collegamento tra i nuovi e i vecchi Ghostbusters, allo sfruttamento dei filmati ‘di repertorio’ e alla tanto attesa realizzazione dell’Apocalisse vanificata dai paladini del bene sul famoso tetto.

Un ponte tra passato e presente

Parlavamo di ponte, e forse la sorpresa più bella di questo film sull’eredità degli Acchiappafantasmi è proprio la sensazione che lascia di aver saputo parlare ai ragazzi di ieri e ai giovani di oggi, o come ha detto il regista: ai Ghostbusters di ieri e di oggi, attraverso la creatura di un “figlio dei Ghostbusters” (lui, ovviamente). Anche dal punto di vista tecnico, con il recupero degli effetti speciali utilizzati negli anni ’80, rimodernati senza stravolgere il risultato.

Forse si sarebbe potuto limitare il momento ‘strappalacrime’ del prefinale, ma è davvero una inezia che non intacca minimamente il giudizio finale o il piacere dell’abbraccio nel quale siamo tutti inclusi. E che gradualmente ci rassegniamo ad accettare, come fossimo a una festa alla quale non pensavamo di divertirci tanto. E nella quale è bello trattenersi finché possibile. Fino alla dedica immancabile all’immortale Harold Ramis. Fino alla breve scena che interrompe i titoli di coda per riportarci a New York per un istante.