Se provassimo a traslare il concetto di equilibrismo in ambito economico, ecco qui che apparirebbe la società che ci circonda. Gente comune, gente normale che per arrivare a fine mese ha imparato a camminare su un filo sottilissimo, quello economico, in cui un conto saltato rischia di far spezzare la corda. E’ proprio questo ciò che fa Giulio, il protagonista della nuova opera di Ivano De Matteo, Gli Equilibristi, che nonstante i macigni economici da sopportare, i problemi da risolvere e la sua dignità da mantenere intatta fa di tutto pur di non cadere nel vuoto, pur di non vanificarsi nel nulla.

E’ una doccia fredda la storia narrata dal regista De Matteo, in cui la poca poesia rimasta è drammaticamente soppiantata dal sudore gelido di non riuscire a far fronte ai propri oneri e da una sfilza di cifre che affollano la mente. La preoccupazione di non farcela diventa un’ossessione, fino a manifestarsi in tutta la sua cruda realtà e costringere, quindi, il protagonista ad abbandonare la normalità per rifugiarsi in un mondo precario.

Le immagini del film si trapassano e si inglobano simultaneamente: l’amore di un ricordo espresso in una canzone è soffocato dalla richiesta netta della rata mensile, gli abbracci calorosi e spontanei si sono tramutati in frasi scontrose e di rabbia soppressa, la ricerca ansiosa di un secondo lavoro si tramuta in un lento sconfinamento verso i margini della società.

Questa fotografia, regalataci dal regista, esprime con colori realistici il dramma del XXI secolo, in cui il dolore genera ulteriore dolore e non c’è spazio neanche per la libertà di riprendersi la propria vita e quindi ricominciare. Il fardello da pagare è troppo pesante e spesso devia l’individuo dai propri valori e principi, conducendolo ad alienarsi dal sociale, a distruggere ciò per cui lotta: la famiglia, e a condurlo verso scelte irreparabili.

Valerio Mastandrea, che comunica alla perfezione la tragicità del personaggio, fa di sé la manifestazione di un destino beffardo e ribelle alle sue scelte e previsioni. Il suo sconforto è immobile e inamovibile e spesso lascia spazio ad un’ironia distruttiva, che non solo enfatizza la realtà ma recide nettamente qualsiasi tipo di rapporto: sociale e costruttivo con l’esterno.

La sua determinazione nel riparare il suo errore commesso e ottemperare agli obblighi familiari lo trasforma in un essere in cui l’alienazione è la sua espressione. Pur di non macchiare la sua dignità, di rispettare le sue promesse, Giulio si perde in un annullamento psicologico ed emotivo, in cui qualsiasi suo fabbisogno è subordinato al soddisfacimento delle necessità della famiglia, anche se questo significa allontanare da sé i proprio cari.

Questo spaccato della nostra società induce a riflessioni profonde sull’intero sistema socio- politico e culturale, e scatena anche un continuo paragone con il concetto tradizionale di famiglia, in cui la rigidità dei ruoli interpretati rappresentava un limite alla libertà dei singoli, ma esorcizzava anche la possibilità di realtà così avvilenti come quelle qui affrontata.