A volte un film d’esordio riesce a condensare visioni, ossessioni e desideri in una forma tanto potente da scuotere lo spettatore sin dalle prime immagini. È il caso di Gorgonà, opera prima della regista greca Evi Kalogiropoulou, presentata in concorso alla 40ª Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia 82. Un lavoro che, pur partendo da un impianto narrativo di genere, si trasforma in un’esperienza simbolica, dove amore e morte, mito e realtà, si intrecciano in un flusso visivo in grado di lasciare il segno.
La regista aveva già fatto parlare di sé con il cortometraggio On Xerxes’ Throne (2022), presentato a Cannes, in cui il divieto di contatto fisico tra i lavoratori di un cantiere navale diventava la scintilla per un’esplosione di desiderio trattenuto. Già allora era evidente il suo interesse per i corpi, per la tensione erotica e per l’energia sotterranea che pulsa nelle comunità marginali. Con Gorgonà, Kalogiropoulou porta queste intuizioni alle estreme conseguenze, costruendo un universo che mescola realismo sporco e mitologia, precarietà quotidiana e visioni quasi soprannaturali.
Gorgonà: un mondo in rovina e il mito che ritorna
Il film si apre con un’immagine iconica: Eleni (Aurora Marion) eretta su una zattera, i capelli sciolti che riflettono la luce dorata del tramonto, i cinturoni scintillanti che la trasformano in un’apparizione sacrificale. La sua figura, ceduta dai genitori in cambio di una tanica di benzina, introduce lo spettatore a un mondo in cui il baratto più crudele è ormai la norma: ciò che resta di una città industriale abbandonata, un tempo produttiva, oggi ridotta a ruderi arrugginiti e a raffinerie controllate da bande armate.

Al comando c’è Nikos (Christos Loulis), capo carismatico e brutale che governa un clan di uomini ossessionati dall’addestramento fisico e dall’uso delle armi. In questo contesto di testosterone e violenza ritualizzata, la figura di Maria (Melissanthi Mahut) spicca per complessità: unica donna del gruppo, è la prediletta di Nikos, destinata a ereditarne il potere. Il suo sguardo implacabile e la resistenza fisica la rendono un corpo estraneo, e al tempo stesso indispensabile, in una comunità che riconosce in lei non tanto una leader, quanto una minaccia alla leadership maschile.
Eleni e Maria si attraggono e si sfidano, due poli femminili che incarnano, ciascuno a suo modo, una possibilità di emancipazione. I costumi – pelli di serpente, stampe animalier, glitter e colori sgargianti – e il trucco marcato sono segnali di identità che marcano un territorio femminile in un ambiente che tenta di ridurlo a funzione ornamentale o servile. Kalogiropoulou, insieme alla co-sceneggiatrice Louise Groult, lavora su queste tensioni con una scrittura che intreccia desiderio, rivalità e trauma familiare, fino a far emergere la verità più semplice: in ogni struttura patriarcale stagnante, le donne trovano sempre un modo per riconoscersi e allearsi.
Tra Eros e Thanatos: la forza visiva di Kalogiropoulou
Uno degli aspetti più sorprendenti di Gorgonà è la capacità della regista di fondere la pulsione di morte e quella di vita in un unico respiro cinematografico. Le scene di addestramento maschile, con i corpi bruciati dal sole e i fucili che diventano prolungamenti fallici, restituiscono un immaginario di potere autodistruttivo, sterile, ripiegato su sé stesso. A contrastarlo, i momenti in cui la cinepresa indugia sui corpi femminili – lo sguardo obliquo di Eleni, i capelli di Maria distesi sul cuscino come serpenti di Medusa – aprono varchi di sensualità e di trascendenza.
Il titolo stesso richiama il mito della Gorgone, creatura tanto temuta quanto affascinante, capace di trasformare chi la guarda in pietra. Kalogiropoulou utilizza questa suggestione in maniera sottile, insinuando un elemento soprannaturale che non rompe mai il realismo ruvido della messa in scena, ma lo amplifica. L’effetto è quello di un film che respira su due livelli: da un lato il ritratto sociale e politico di una comunità allo sbando, dall’altro la parabola mitica di una trasformazione, di un’emancipazione che ha radici antiche quanto il mito stesso.

Anche la colonna sonora contribuisce a questa stratificazione: le ballate greche malinconiche che punteggiano la narrazione sembrano piangere non solo un passato industriale ormai scomparso, ma anche una comunità ferita, incapace di riconoscere la propria caduta. La fotografia, con i suoi toni metallici e dorati, restituisce un paesaggio arrugginito che diventa sensuale nella sua decadenza.
Con Gorgonà, Evi Kalogiropoulou firma un esordio ambizioso e radicale, che non si limita a raccontare una distopia, ma la rende terribilmente familiare. In un’epoca in cui il potere maschile armato sembra ancora dettare le regole del mondo, la regista greca costruisce un’allegoria capace di evocare insieme il dolore del presente e la possibilità di un futuro diverso.
Il film non è privo di eccessi e di scelte rischiose, ma è proprio in questo coraggio che si riconosce la forza di un’artista pronta a imprimere la propria visione nel panorama del cinema europeo contemporaneo. Gorgonà è un’opera che parla di desiderio, di violenza, di resistenza, ma soprattutto di incontri tra donne: sguardi, gesti e tensioni che, anche nel contesto più oppressivo, aprono una breccia di intimità e di speranza.
Gorgonà
Sommario
Gorgonà è un’opera che parla di desiderio, di violenza, di resistenza, ma soprattutto di incontri tra donne: sguardi, gesti e tensioni che, anche nel contesto più oppressivo, aprono una breccia di intimità e di speranza.