Nato dall’immaginazione di una Mary Shelley poco più che diciottenne, Frankenstein è un mito che continua a interrogare il nostro tempo. La storia del giovane scienziato che osa sfidare i confini della vita e della morte non ha mai smesso di rigenerarsi attraverso le epoche, adattandosi a nuovi linguaggi e sensibilità. Dal romanzo ottocentesco al cinema muto, dai cult di Hollywood alle rivisitazioni femministe più recenti, il “moderno Prometeo” rimane una parabola senza tempo sulla responsabilità della creazione, sulla fragilità dell’umano e sul bisogno di riconoscere l’altro.
Non sorprende quindi che Guillermo Del Toro, regista che ha fatto dei mostri i veri protagonisti del suo cinema, abbia deciso di affrontare questa eredità. Dopo aver raccontato creature marginali con la forza del fantastico – fino al Leone d’Oro con La forma dell’acqua – il regista approda al capolavoro di Shelley, presentato in concorso a Venezia con il titolo che più di ogni altro sembrava attenderlo: Frankenstein.
All’incontro con la stampa italiana, il cineasta messicano ha spiegato subito il legame profondo che lo unisce a questa storia: «Qualunque cosa vi aspettiate di vedere, vedrete qualcosa di diverso. Questo romanzo vive con me da quando ero bambino. Sono la creatura, sono Victor, sono ogni personaggio. È un dialogo con me stesso attraverso i decenni».
Del Toro ha raccontato come il libro lo abbia accompagnato nelle tappe fondamentali della vita: «Quando ho imparato cosa significa essere figlio, quando ho imparato cosa significa essere padre, quando ho imparato ad andare avanti, tutto questo è entrato nel film. Ho portato con me i migliori collaboratori dei miei trent’anni di cinema, perché arrivare a Frankenstein significava arrivare alla terra santa».
Oscar Isaac ha definito l’esperienza sul set «ipnotica, psichedelica, incredibilmente emotiva, un culto. Abbiamo riso tantissimo per un materiale così oscuro. C’era una gioia travolgente. Mi svegliavo alle quattro del mattino e non vedevo l’ora di andare sul set». Jacob Elordi, interprete della Creatura, ha sottolineato invece l’aspetto più personale: «Questo personaggio è più me di quanto io stesso lo sia. Ci ho messo dentro tutta la mia vita, la mia esperienza, mio padre. Quelle dieci ore di trucco ogni giorno non erano una fatica, erano un sacramento. Mi permettevano di diventare niente e trasformarmi».
Mia Goth, nel ruolo di Elizabeth, ha parlato della responsabilità di far parte di un’opera così attesa: «È stato completamente magico, un sogno realizzato. Non ho mai smesso di pensare che stavo recitando nel Frankenstein di Guillermo Del Toro, e questo portava con sé un’enorme pressione. Tutti sul set sapevano quanto fosse importante quel momento».

Del Toro ha poi affrontato il senso più ampio del film oggi: «Viviamo in un mondo che ci disumanizza ogni giorno, dividendoci in buoni o cattivi. Il film fa pace con l’imperfezione, ricorda che essere umani significa anche commettere errori e perdonare. I veri mostri non portano maschere prostetiche, indossano giacca e cravatta. Sartre diceva che l’inferno sono gli altri, io dico che la salvezza sono gli altri».
E se Frankenstein è anche una storia d’amore, Del Toro la lega al senso stesso dell’arte: «L’arte è un atto d’amore. Non è chimica né matematica, è vulnerabilità. È ciò che ci permette di riconoscerci negli altri. Alla fine, siamo attratti da chi porta le stesse ferite che portiamo noi. E quando un film o una canzone racconta questo dolore, diventa necessario».

Sul legame con Mary Shelley, il regista è stato netto: «Lei scrisse quel romanzo a diciotto anni, con un coraggio assoluto e una sincerità totale. Leggendo Frankenstein ti innamori di lei, ed è successo anche a me. Il mio dovere era essere altrettanto sincero, per far sì che lo spettatore riconosca lo spirito. Ogni dieci minuti il film cambia, come la vita stessa, ma alla fine resta la domanda più urgente: cosa significa essere vivi?».