Holy Spider, recensione del film di Ali Abbasi

Da oggi nelle sale italiane, il film di Ali Abbasi è un thriller politico da non perdere.

Zar Amir Ebrahimi in Holy Spider

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2022, dove Zar Amir Ebrahimi si è aggiudicata il Prix d’interprétation féminine alla miglior attrice, Holy Spider è il terzo film di Ali Abbasi, regista e sceneggiatore iraniano naturalizzato danese. Girato in Giordania per ovvi motivi di censura, il film tratta argomenti tabù in Iran come la prostituzione e la tossicodipendenza, rendendo rischiosa ma allo stesso tempo necessaria la loro visione sullo schermo come rappresentazione fedele della realtà della vita nella nazione mediorientale. Senza mai perdere l’essenza dell’incertezza e del terrore, Abbasi costruisce il thriller più intelligente dell’anno, che usa il genere per parlare dell’oggi, raffinatissimo nel suo destrutturare le dinamiche tipiche dell’indagine per mettere in primo piano l’azione politica, ciò che avviene dopo che un killer è stato catturato.

Le notti di Mashhad

Iran, 2001. Un giornalista di Teheran si immerge nei quartieri malfamati della città santa di Mashhad per indagare su una serie di femminicidi. Ben presto si rende conto che le autorità locali non hanno fretta di risolvere la questione. I crimini sono opera di un uomo che pretende di purificare la città dai suoi peccati e che di notte attacca le prostitute. Sullo spider-killer – ovvvero Saed Hanaei – così ribattezzato per il suo modo di agire, setacciando minuziosamente il reticolato della città di Mashhad – sono stati prodotti un documentario, Along came the Spider (2002) e il film drammatico Killer Spider (2020), testi audiovisivi che Abbasi ha praticamente distrutto e riscritto.

Tra il 2000 e il 2001, l’iraniano Saeed Hanaei (nel film interpretato da Mehdi Bajestani) ha ucciso 16 donne nella città santa di Mashhad, la seconda città più grande e importante del Paese e luogo di pellegrinaggio per gli sciiti di tutto il mondo. Hanaei era un veterano di guerra, sposato e con figli, in una città, dichiarata capitale spirituale, dove circola anche la droga proveniente dall’Afghanistan. Fanatico religioso, seguace dei discorsi di odio degli ayatollah, sosteneva di essere in missione per “ripulire” le strade della città dalla corruzione.

Holy Spider film 2022

Il vizio sotto il tappeto

Holy Spider mette in scena l’incoerenza di un regime teocratico, che reprime la figura femminile ma in qualche modo tollera la prostituzione. Un regime che convive con un enorme problema di tossicodipendenza, anche in una città apparentemente santa, in cui i garanti della legge minimizzano certi crimini perché non interessano nemmeno alle famiglie delle vittime e dove il fanatismo religioso giustifica e sostiene il machismo istituzionalizzato nella società iraniana.

Il nuovo film di Ali Abbasi gioca bene con i confini di genere, allargandoli – dal noir hitchcockiano al thriller fincheriano che connotano l’indagine – e restringendoli se necessario. Dal secondo atto in poi, per arrivare alla chiusa finale forse più emblematica del 2022, Holy Spider racconta l’orrore dell’oggi. Non siamo nel territorio dell’horror di creature, che Abbasi ha esplorato con Border – Creature di confine, ma nel terrore dell’Iran della religione, dove il vizio è nascosto sotto il tappeto. Dove una moglie può arrivare a giustificare un marito che uccide prostitute e la città può addirittura manifestare in suo favore. Ma, soprattutto, dove è proprio un ragazzo a spiegare che, se il governo non farà nulla per ripulire le strade, qualcun altro assumerà il ruolo di assassino.

L’indagine è donna

Film di denuncia necessario, ancora e soprattutto oggi dopo i fatti del 13 settembre 2022 di Mahsa Amin, picchiata a morte dalla polizia morale iraniana per non aver rispettato l’obbligo di indossare il velo, Holy Spider stesso gioca con la simbologia dell’hijab tramite la sua protagonista. Rahimi è una reporter incrollabile, che arriva dalla capitale e non vuole mettersi il velo e che, comunque, lo indosserà a suo modo (una ciocca di capelli tenterà sempre di sfuggirgli). È una giornalista che si porta dietro uno scandalo simile a quello per cui la stessa Zar Amir Ebrahimi è stata esiliata dall’Iran. Proprio l’hijab, permette a Rahimi di investigare, di condurre un’indagine autonoma, lontana dall’inadempienza dei poliziotti. L’hijab le permette di abitare le strade di Mashhad, di scrutare con lo sguardo i tanti uomini che circolano in moto la notte, alla ricerca del giustiziere impavido, un Ayatollah autoproclamatosi tale e che trova nell’inamissibile consenso di una giuria di fedeli il motivo per continuare ad attaccare. Abbasi cura anche la fisionomia di Ebrahimi, rendendola parte fondamentale del suo essere detective in una città che non è la sua: paradossalmente, quando indossa il velo, Rahimi sembra più giovane, prende tutta la frescrezza della sua posizione, vive dell’indagine. In poche parole, è una donna di Mashhad. Nella sua stanza, mentre telefona alla madre, che le chiede se prima o poi avrà intenzione di tornare a casa, Rahimi dimostra effettivamente la sua età: è una donna che ha vissuto, con un passato difficile alle spalle, annichilita dall’Iran e che vuole sventrarlo con l’arma della denuncia.

L’attrice protagonista Zar Amir-Ebrahimi offre una performance formidabile, catturando in modo convincente il coraggio e la determinazione del suo personaggio. Mehdi Bajestani, invece, assume un ruolo difficile e complesso, permettendoci di vedere i diversi lati di un uomo tormentato e di un mostro impenitente. Il duello attoriale tra i due è sublime e ricorda a tratti gli incontri tra Clarice e il dottor Lecter ne Il silenzio degli innocenti.

Una scena di Holy Spider

L’azione politica, dopo la cattura

Cosa succede una volta che il killer è preso? Quando il film di Abbasi diventa politico, ci rendiamo ancora più conto di quanto il regista di origini iraniane sia abile a giocare coi generi. Il processo mediatico in cui l’assassino viene trattato come un eroe e le vittime vengono incolpate diventa sguardo cupo su una società che non vede nulla di male nella morte delle prostitute, che riporta la narrazione – e ci riporta come pubblico – al presente, chiarendo che il machismo è perpetuato da generazioni di uomini. Holy Spider è un film su una società di serial killer, oltre l’indagine, che analizza la figura di Saed Hanaei come segno, come prodotto di una morale che ti vuole uomo e martire, che ti obbliga a ordinare una crociata personale se non sei andato in guerra.

Se nei due film precedenti, Shelley (2016) e Border (2018), Abbasi si era avvicinato al terrore tentando di catturarlo visivamente, in Holy Spider questo è latente, in ogni inquadratura. Il terrore è essere una donna in Iran. Il terrore è l’idiosincrasia persiana, è l’abitare una città sacra profanata dal colore verde. Il terrore è una progenie che vuole mettersi sugli stessi palsi falsi dei genitori, che non ha paura a nascondere una donna sotto al tappeto, renderla cavia, muoverla e rigirarla – anche se si tratta della propria sorella – per istruire l’altro. Qualcuno che verrà e accetterà: un nuovo ragno.