human flow

Più di sessantacinque milioni di persone nel mondo sono state costrette a fuggire da carestie, cambiamenti climatici e guerre, provocando il più grande esodo umano dalla seconda guerra mondiale. Ai Weiwei ha raccolto immagini nel corso di un anno, in varie parti del pianeta, per documentare in un epico viaggio cinematografico questa sconvolgente migrazione di massa. È nato così Human Flow.

 
 

Ai Weiwei è un autore cinese, famoso per aver sfidato e denunciato pubblicamente il governo di Pechino e per essere stato invitato alla Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia varie volte. È un artista che sconfina tra varie forme d’espressione e che spesso ha scelto il mezzo del documentario per portare avanti le sue istanze espressive e ideologiche. Tra i suoi lavori più famosi ci sono A Beautiful Life, Stay Home e Remember.

Human Flow mostra la catastrofica portata della crisi dei rifugiati, lontana da ogni forma d’immaginazione. Il pregio maggiore del film è infatti il fornire continuamente i numeri delle persone coinvolte nelle varie migrazioni, andando a creare delle struggenti annotazioni alle potentissime, quanto sconvolgenti immagini. A queste notizie vengono alternate frasi di poeti e scrittori, che tendono però a rendere il meccanismo didascalico e troppo reiterato.

Senza uno schema apparente e soluzione di continuità il film rimbalza di paese in paese documentando ciò che avviene in paesi come Afghanistan, Bangladesh, Francia, Grecia, Germania, Iraq, Israele, Italia, Kenya, Messico e Turchia. Peccato che Ai Weiwei si faccia riprendere in continuazione, mentre filma, mentre osserva, mentre aiuta, mentre arrostisce spiedini, per poi inserirsi disinvoltamente nel contesto della narrazione filmica, andando a tradire in pieno quel concetto di cinema verità che si dibatte e si mette in discussione dagli albori della storia del cinema. Ma in fondo lui è un artista, un provocatore, e gli artisti si sa, amano apparire.