Primavera, recensione del film con Michele Riondino e Tecla Insolia

Nel suo sorprendente esordio cinematografico, Damiano Michieletto intreccia musica, desiderio e identità in un racconto raffinato ambientato nella Venezia del Settecento, in arrivo nelle sale a Natale.

-

Con Primavera Damiano Michieletto compie un passo determinante nel suo percorso artistico, trasferendo sul grande schermo la sensibilità maturata negli anni tra teatro e opera, e scegliendo deliberatamente una poetica diversa, più intima, più sfumata, più cinematografica. Il regista affronta la Venezia del Settecento attraverso un racconto che sfugge alla previsione del biopic o del melodramma storico, per diventare invece un viaggio emotivo nel rapporto tra disciplina e libertà, tra rigore e desiderio, tra il mondo chiuso di un istituto religioso e l’irruzione trasformativa della musica. È una storia che accarezza l’anima, che interroga i personaggi molto più di quanto li racconti, che entra nelle loro crepe e da lì comincia a vibrare. Basato su “Stabat Mater”, romanzo vincitore del Premio Strega nel 2009, il film sarà in sala a partire dal 25 dicembre. 

Miko Jarry, Michele Riondino, Tecla Insolia e Andrea Pennacchi in Primavera – foto di Andrea Pirrello

Primavera: un racconto di formazione

Al centro del film c’è Cecilia, interpretata da una magnetica Tecla Insolia, una giovane violinista vissuta in un contesto che imprigiona prima ancora di educare: un orfanotrofio regolato da rituali, disciplina e aspettative che non lasciano spazio alle singole individualità. Cecilia, però, non è una figura passiva: è un corpo che ascolta, che trattiene, che lotta nel silenzio. Insolia le dona uno sguardo ferito ma mai spento, un modo di muovere le mani e il violino che suggerisce un mondo interiore in tumulto. La sua crescita – artistica, emotiva, identitaria – diventa il cuore del film.

Il suo incontro con Antonio Vivaldi, interpretato da Michele Riondino, è l’evento attorno al quale tutto cambia. Primavera non racconta un incontro salvifico bensì una frizione di destini, un incastro imperfetto che genera trasformazione. Michieletto sceglie di concentrarsi sulla tensione artistica che lega Vivaldi e Cecilia, sull’energia quasi chimica che si attiva quando due sensibilità affini si incontrano e si riconoscono.

Antonio Vivaldi oltre il mito

Il Vivaldi di Riondino è forse una delle interpretazioni più convincenti del film. Lontano dalla caricatura del “prete rosso” virtuoso e instancabile, emerge un uomo complesso, fragile, malato, attraversato da inquietudini e ossessioni. Riondino lo interpreta con misura e una delicatezza inattesa: un artista che cerca nel gesto musicale una forma di sopravvivenza, che vive tra ispirazione e fallimento, tra bisogno di riconoscimento e incapacità di adattarsi al mondo. È una presenza che lascia il segno, anche quando tace. E il suo modo di interagire con Cecilia è quello di un maestro che non insegna, ma osserva; che non guida, ma provoca; che non modella, ma accende.

Cast in Primavera Recensione 2025
Cortesia di IMDb

La musica come organismo vivente

Uno dei meriti più grandi di Primavera è la sua gestione del suono. La musica non è mai semplice accompagnamento: è racconto, conflitto, desiderio, contesto sociale e, soprattutto, è corpo. Le esecuzioni musicali sono filmate con una cura che evita ogni tentazione illustrativa: non c’è compiacimento, ma una ricerca di autenticità quasi fisica. Il tremolo sul violino di Cecilia, o l’arco che sfiora le corde con esitazione prima di liberarsi, diventano immagini emotive. L’intero film sembra respirare insieme ai suoi personaggi, con un’alternanza sapiente tra silenzi sospesi e improvvise aperture emotive.

Accanto ai brani vivaldiani, la colonna sonora originale, composta da Fabio Massimo Campogrosso, costruisce un dialogo che non imita il barocco ma lo attraversa, lo rivede, lo contrappunta. La musica contemporanea diventa specchio degli stati emotivi, mentre quella extradiegetica – suoni di corridoi, porte che cigolano, passi nelle navate, respiri affannati – amplifica il senso di clausura avvertito da Cecilia e la sua frattura progressiva dal mondo circostante.

Venezia in Primavera

La fotografia di Daria D’Antonio contribuisce in modo decisivo all’atmosfera del film. Venezia non è rappresentata come una meraviglia turistica, né come un palcoscenico pittoresco. È invece una città intima, umida, quasi viscerale, fatta di spazi stretti, luci radenti, cortili silenziosi, acque che riflettono non la grandezza ma l’instabilità. L’orfanotrofio stesso diventa un protagonista: un luogo che stringe, soffoca, custodisce e allo stesso tempo trasforma.

La macchina da presa si muove spesso con lentezza, in un equilibrio raffinato tra controllo e apertura; l’uso delle distanze, dei vuoti e delle inquadrature laterali crea un costante senso di osservazione, lasciando agli attori il modo di esprimersi liberamente.

Michele Riondino e Tecla Insolia in Primavera – foto @ Kimberley Ross

Un’opera prima che sa essere antica e contemporanea

Michieletto dimostra un sorprendente controllo del linguaggio cinematografico. Il ritmo è misurato, la costruzione narrativa evita scorciatoie didascaliche, i personaggi sono trattati con profondo rispetto. Primavera è un film che richiede attenzione, che invita lo spettatore a entrare in un mondo emotivo complesso, e che coinvolge senza mai imporsi. È un’opera prima che sorprende per profondità e maturità. Un racconto che intreccia emozione, rigore e libertà con grande sensibilità, capace di dare nuova vita alla figura di Vivaldi e di restituire al cinema italiano una storia di musica e identità che evita ogni cliché. Elegante, vibrante, umano: un debutto che lascia il segno e che conferma Michieletto come una delle voci più interessanti da osservare nel panorama cinematografico contemporaneo.

Non stupisce che Primavera, presentato ai festival di Toronto e Chicago, abbia già raccolto un forte consenso internazionale: è un film che parla molte lingue, ma soprattutto quella universale del desiderio, della ricerca di sé e della potenza trasformativa dell’arte.

Primavera
3.5

Sommario

Un esordio sorprendentemente maturo: elegante nella forma, potente nelle emozioni, illuminato da interpretazioni intense e da un uso della musica che diventa linguaggio narrativo.

Camilla Tettoni
Camilla Tettoni
Romana, classe 1997, è laureata in Lettere Moderne all’Università di Siena e in Italianistica all’Università di Bologna, con lode. Ha conseguito un Master in International Journalism presso l’University of Stirling e un corso avanzato in Geopolitica presso la Scuola di Limes. Appassionata di cinema, dal 2025 collabora con Cinefilos.it con recensioni e approfondimenti cinematografici, affiancando attività di critica culturale e pubblicazioni su riviste italiane e internazionali.

ALTRE STORIE