Il grande passo recensione

Presentato al 37° Torino Film Festival, Il grande passo è la seconda regia di Antonio Padovan, che torna a dirigere Giuseppe Battiston, dopo che il corpulento attore era già stato il protagonista del suo esordio, Finché c’è prosecco c’è speranza.

 

Il grande passo è quello che l’umanità ha compiuto arrivando sulla Luna, quello che Neil Armstrong consegnò alla Storia con la sua frase divenuta celebre. Il grande passo è quello che vorrebbe fare anche Dario, solitario genio con il sogno bruciante di arrivare sul satellite con un’astronave costruita tutta da solo. Quando l’ennesimo tentativo di realizzare il suo sogno finisce con un incendio che brucia i campi dei suoi confinanti, Dario viene arrestato e minacciato di venire rinchiuso in un istituto per malati mentali. L’unico che arriva in suo soccorso è Mario, il fratellastro che quasi non ha mai conosciuto. Ordinario (gestisce una ferramenta), posato, gentile, Mario non può essere più diverso dal fratello, eppure per il grande dolore che condividono, l’abbandono del padre, i due riescono a trovare un modo per comunicare ed entrare in contatto l’uno con l’altro.

Il grande passo a metà tra fiaba e dramma familiare

Adottando un tono a metà tra la fiaba e il dramma familiare, senza mai rinunciare a momenti di puro divertimento, Padovan racconta prima la storia di una famiglia sgangherata, di due fratelli che trovano un modo loro di far fronte comune ad una infelicità che li ha visti reagire in maniera completamente diversa; ma il regista racconta anche di un sogno, di una passione e di una dedizione che può essere confusa con pazzia da quegli individui che non la capiscono. Ed è quello che accade a Dario: l’uomo è scontroso, burbero, riservato, completamente concentrato sul suo obbiettivo, e questa caparbietà viene confusa con una disabilità mentale che invece non esiste.

Mario è invece dolcissimo, docile, accomodante e paziente, tutto ciò che il fratellastro non è, e questa differenza permetterà ad entrambi di scoprirsi e venirsi incontro, di imparare ad amarsi come fratelli ed alla fine di aiutarsi. E sembra essere questo l’interesse principale di Padovan, che non si cura troppo del contorno, del paese provinciale, delle figure caratteristiche, o del pretesto narrativo stesso, ma si concentra completamente sui suoi protagonisti.

Stefano Fresi e Giuseppe Battiston, coppia vincente

Il grande passo recensionePer la prima volta insieme sul grande schermo, Stefano Fresi e Giuseppe Battiston si fronteggiano in una serie di scambi memorabili, entrambi perfettamente a loro agio nei ruoli che sono stati loro affidati. E tanto Battiston tira fuori gli artigli e offre una performance di “scienziato pazzo” fuori dal mondo, tanto Fresi riesce a dare dignità ad un personaggio che non ha nessuno strumento per eccellere, l’uomo comune semplice, normale, che l’attore ritrae con toccante delicatezza.

Proprio le due performance fanno dimenticare alcune leggerezze de Il grande passo, luoghi comuni un po’ troppo marcati e alcune svolte narrative lasciate andare con troppa facilità. Rinunciando ad approfondire la complessità del rapporto dei due fratelli con il padre, il regista sceglie solo di accennarne gli esiti, in modo abbastanza schematico, impoverendo un aspetto del film che forse poteva essere affrontato con maggiore cura.

Ma forse a Padovan non interessava, forse Il grande passo è solo il racconto di un sogno e di come i sognatori spaventino l’uomo comune ed abbiano comunque bisogno di sostegno e comprensione.