Il prigioniero, recensione: Amenábar immagina la prigionia di Cervantes

Al cinema dal 10 giugno,

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Ci sono figure storiche la cui vita sembra quasi chiedere di essere raccontata al cinema. Miguel de Cervantes è una di queste. Prima di diventare l’autore del Don Chisciotte, l’uomo destinato a rivoluzionare la letteratura occidentale trascorse infatti cinque anni come prigioniero ad Algeri, catturato dai corsari nel Mediterraneo del XVI secolo. Un episodio reale, ma avvolto da numerose zone d’ombra, che offre ad Alejandro Amenábar un terreno fertile per costruire una storia sospesa tra biografia, invenzione e riflessione sul potere del racconto.

Con Il prigioniero, il regista spagnolo sceglie però di non seguire la strada più ovvia. Piuttosto che raccontare la nascita dello scrittore o le origini del suo capolavoro, decide di concentrarsi sull’uomo prima del mito, immaginando una vicenda fatta di sopravvivenza, compromessi e relazioni inattese. Il risultato è un film affascinante nelle intenzioni, capace di regalare alcuni momenti suggestivi, ma che fatica a trovare una forma davvero compiuta.

Un Cervantes lontano dal mito

Cortesia Lucky Red

La scelta più interessante compiuta da Amenábar è probabilmente quella di allontanarsi dalla figura monumentale di Cervantes per restituirci un giovane uomo ancora alla ricerca della propria identità. Quando incontriamo Miguel, interpretato da Julio Peña, non c’è traccia del genio letterario destinato a entrare nei libri di storia. È un soldato ferito, un uomo colto ma privo di mezzi, costretto a sopravvivere in condizioni disperate dopo essere stato catturato durante il viaggio verso la Spagna.

La prigionia diventa così il contesto ideale per esplorare il valore delle storie. Miguel conquista l’attenzione degli altri detenuti raccontando avventure vere o inventate, trasformando la narrazione in uno strumento di evasione e persino di sopravvivenza. È un’idea affascinante che richiama inevitabilmente le atmosfere delle Mille e una notte, suggerendo un parallelo tra il potere della parola e la possibilità di restare vivi.

Peccato che questa intuizione, pur centrale nelle premesse, venga sviluppata solo parzialmente. Le storie raccontate dal protagonista rimangono spesso sullo sfondo e non riescono mai a diventare il motore narrativo che il film sembra promettere nelle sue sequenze iniziali.

Il rapporto con Hassan Baja è il cuore emotivo del film

A dominare la vicenda è invece il rapporto tra Miguel e Hassan Baja, il governatore di Algeri interpretato da Alessandro Borghi. È qui che Amenábar concentra gran parte delle proprie energie narrative, costruendo una relazione complessa fatta di attrazione, diffidenza, curiosità reciproca e inevitabili conflitti.

Hassan è forse il personaggio più riuscito dell’intera operazione. Borghi gli conferisce una presenza scenica magnetica, riuscendo a far convivere autorità, fragilità e sensualità senza mai cadere nell’eccesso. Il suo governatore è un uomo che conosce bene il significato della trasformazione, essendo lui stesso un europeo assimilato nel mondo musulmano e diventato figura di potere.

Cortesia Lucky Red

Accanto a lui, il Cervantes di Julio Peña appare invece meno incisivo. L’attore svolge correttamente il proprio compito, ma il personaggio resta spesso prigioniero di una scrittura che ne semplifica eccessivamente il percorso emotivo. Il risultato è uno squilibrio evidente: mentre Hassan conquista progressivamente la scena, Miguel fatica a emergere come protagonista realmente memorabile.

La relazione tra i due rappresenta comunque uno degli elementi più coraggiosi del film. Amenábar sceglie di immaginare un legame romantico che molti storici considererebbero speculativo, utilizzandolo come strumento per riflettere sull’identità, sulla libertà e sui confini culturali.

Una ricostruzione storica affascinante ma poco immersiva

Dal punto di vista produttivo, Il prigioniero dimostra una notevole cura per l’ambientazione. Costumi, scenografie e fotografia contribuiscono a restituire un’Algeri viva e credibile, lontana da molte rappresentazioni stereotipate del passato.

La città viene mostrata come uno spazio complesso e multiculturale, attraversato da tensioni religiose e politiche ma anche da una sorprendente vitalità. In questo senso il film riesce a evitare alcuni dei cliché più prevedibili del cinema storico occidentale ambientato nel mondo arabo.

Eppure, nonostante la ricchezza visiva, la messa in scena lascia spesso una sensazione di incompiutezza. Numerose sequenze appaiono costruite in modo televisivo, con una regia funzionale ma raramente capace di trasformare le immagini in autentico spettacolo cinematografico.

È forse questo uno degli aspetti più sorprendenti dell’opera. Amenábar è un autore che in passato ha dimostrato grande capacità nel creare atmosfere e tensione visiva, ma qui sembra accontentarsi di una messa in scena corretta, senza mai osare davvero. Alcuni passaggi trasmettono addirittura una sensazione quasi amatoriale nella gestione del ritmo e delle dinamiche drammatiche, come se il film non riuscisse a sfruttare appieno il potenziale della propria storia.

Il Prigioniero
Cortesia Lucky Red

Tra ambizione autoriale e struttura da serie televisiva

Uno dei problemi principali di Il prigioniero riguarda la sua costruzione narrativa. Il film accumula numerosi personaggi, sottotrame e conflitti interni alla comunità dei prigionieri, generando una struttura episodica che spesso ricorda più una miniserie condensata che un racconto cinematografico compatto.

Gli intrighi tra detenuti, le rivalità religiose, i tentativi di fuga e le tensioni politiche si susseguono senza che emerga una vera progressione drammatica. Le singole scene funzionano spesso in maniera autonoma, ma faticano a costruire un arco narrativo davvero coinvolgente.

Anche il tema della nascita dello scrittore rimane in una sorta di limbo. Il film sembra voler raccontare le esperienze che contribuiranno a formare Cervantes, ma raramente riesce a collegare in modo convincente la vicenda vissuta dal protagonista alla futura creazione del Don Chisciotte. I riferimenti all’opera sono pochi, discreti e talvolta persino troppo timidi. Ne deriva una sensazione paradossale: Il prigioniero è un film ricco di idee, ma spesso incapace di svilupparle fino in fondo.

Un’opera sincera che non riesce a compiere il salto definitivo

Nonostante i suoi limiti, sarebbe ingeneroso liquidare Il prigioniero come un’occasione mancata. Il film possiede una sincerità evidente e si percepisce chiaramente il coinvolgimento personale di Amenábar nei confronti del materiale narrativo.

L’autore affronta una figura storica monumentale scegliendo una strada inaspettata e rischiosa, evitando la classica celebrazione biografica per privilegiare un racconto più intimo e ambiguo. È una scelta che merita rispetto, anche quando i risultati non sono del tutto convincenti.

A funzionare sono soprattutto l’atmosfera generale, alcune interpretazioni e la volontà di interrogarsi sul valore delle storie come strumento di sopravvivenza. Meno efficace risulta invece la capacità di trasformare queste intuizioni in un racconto realmente trascinante.

Alla fine, Il prigioniero resta un’opera sospesa tra ciò che è e ciò che avrebbe potuto essere. Elegante, ambiziosa e a tratti affascinante, ma incapace di trovare quella forza espressiva necessaria per lasciare un segno profondo. Un viaggio piacevole e mai sgradevole, che tuttavia si conclude senza quella scintilla capace di trasformare una buona idea in un grande film.

Il prigioniero
2.5

Sommario

Un film elegante e ricco di suggestioni che prova a reinventare Cervantes, ma resta sospeso tra ambizione autoriale e una messa in scena sorprendentemente irrisolta.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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