In concorso all’ultimo festival di Berlino, In Ordine di Sparizione è una divertente black comedy tipicamente tarantiniana nei dialoghi e nelle immagini, a cui però non si possono negare le influenze dei Coen (spesso ci sembra di essere dalle parti di Minneapolis e Fargo, e alcuni personaggi sembrano scritti dai fratelli) e un pizzico di Takeshi Kitano durante le numerose esplosioni di violenza.

 

In In Ordine di Sparizione, in una remota zona della Norvegia, il cittadino modello Nils tiene pulite le strade attraverso una piccola impresa di spazzaneve. La sua vita è piuttosto tranquilla e agiata finché un giorno non si trova faccia a faccia con la tragedia della morte del figlio, che, secondo diagnosi, sarebbe morto per overdose. Nils però conosce bene il figlio e sa che non può essere morto per droga e così attraverso alcune indagini riesce a risalire al responsabile dell’omicidio.

In Ordine di Sparizione, il film

Il regista Hans Peter Moland e l’autore della sceneggiatura Kim Fupz Aakeson sfruttano i maestosi paesaggi scandinavi per sviluppare un plot abbastanza classico a cui non mancano alcune particolarità, alternando i toni drammatici e divertenti con grande naturalezza (memorabile ad esempio lo scambio tra due gangster sul welfare) e costruendo personaggi efficacissimi.

Tra le peculiarità prima citate, sicuramente la più riuscita (e la più simbolica) è lo stacco su schermata nera dopo ogni uccisione, con il nome del morto e la croce diversa a seconda della religione, in questo modo Moland non vuole solo ricordare l’ordine di sparizione ma è sintomatico dell’importanza che il regista desidera attribuire alla morte e al modo in cui spesso viene trattata, marcando un segno nella memoria dello spettatore, abituato dal film americano medio a non accorgersi quasi delle vittime lungo la narrazione.

Ma il vero motore del film sono i tre protagonisti; “il conte” Pål Sverre Hagen è molto bravo nel rappresentare la sua eccentricità attraverso il sorriso pazzoide che lo contraddistingue per tutta la durata, gioca invece più sulla sottrazione Bruno Ganz per un personaggio agli antipodi del conte e che quindi richiedeva uno sforzo al contrario nell’interpretazione.

Il migliore tra questi però risulta Stellan Skarsgard, simile nei compiti all’interpretazione di Ganz, l’attore svedese riesce a essere spesso impenetrabile ma incredibilmente efficace nel rendere le emozioni contrastanti che tormentano il suo personaggio, dal disagio che prova con la moglie dopo la scomparsa del figlio, all’imbarazzo mostrato con un ragazzino incolpevole ma vittima degli eventi, fino alla spietata ossessione che lo muove ad uccidere uno a uno i membri della mafia norvegese.

Così grazie a un sapiente uso dei generi, dei suoi massimi esponenti e ad alcune trovate originali, Moland costruisce un film divertente e avvincente che troverà certamente un pubblico appassionato tra i vecchi e nuovi cinefili.