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Kiss and Cry, recensione del film di Chloè Mathieu e Lila Pinell

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kiss and cry

Dopo I, Tonya, film sul pattinaggio che ha incantato la Festa del Cinema di Roma, anche al Torino Film Festival 35 viene presentato in concorso una pellicola, già ospite a Cannes, che tratta la stessa tematica, Kiss and Cry.

Il film è di Chloè Mathieu e Lila Pinell e, a differenza di quello di Craig Gillespie, parla dell’agonismo nel pattinaggio attraverso un approccio più adolescenziale.

Sarah si allena sul ghiaccio per diventare una campionessa sportiva. Nell’inseguire questo obiettivo è però sempre più schiacciata dalla presenza della madre, che sogna per lei un futuro da podio, dalla violenza verbale del suo allenatore e dalla rivalità tra le ragazze che competono con lei. Ma più sopporta il dolore fisico e mentale degli allenamenti sul ghiaccio, più la sua voglia di godersi la propria età la allontanano dal rigore e dalla disciplina.

Kiss and Cry – recensione

Kiss and Cry deve il suo nome all’angolo della pista di ghiaccio in cui le atlete mostrano i loro sentimenti più veri: l’area in cui si aspetta il verdetto della giuria. È proprio in quell’angolo, a esibizione terminata, che tutto lo spettro degli stati d’animo aggroviglia lo stomaco, prima di trasformarsi in una o nell’altra reazione.

Gli opposti, in effetti, sono un po’ il tema di questa pellicola, che con un tocco documentaristico si avvicina a un microcosmo fatto di adolescenti sballottolate tra disciplina e colpi di testa. La regia congela una fascia d’età e la rappresenta, utilizzando la leva sportiva come metafora per altro. Non parliamo solo di un allenatore crudele, di compagne di squadra moleste, di genitori ossessivi. Parliamo dei desideri di giovani quindicenni soffocati dalle ambizioni altrui. Parliamo di quando, proprio le persone più care, decidono cosa è bene per te, e non sono disposte a compromessi.

Il realismo della macchina da presa ci restituisce la verità del dramma adolescenziale: sofferenza, bullismo, violenza verbale: nulla è risparmiato allo spettatore, che si sente al centro della vicenda come se la vivesse in prima persona. Lo sguardo, però, non è mai provocatorio o accusatorio: da documentariste la scelta della regia è stata quella di mettere in scena il conflitto universale tra generazioni, descrivendo da un lato il mondo alle prese con i problemi della crescita e di cosa diventare, dall’altro degli adulti che deragliano e trasmettono sui più giovani i propri fallimenti.

Lo sfondo sono le azioni di un gruppo di quindicenni che cercano di reagire e tenersi strette le proprie paure, le proprie ambizioni, sbagliando con orgoglio, trasgredendo con desiderio. Così, tra selfie osè e festini nel bosco, le protagoniste di  Mahieu e Pinell scivolano, ma non solo sul ghiaccio. Si rialzano, sanguinano, cascano ancora. Senza mai chiedere scusa, libere di ferirsi ed essere ferite prima che la vita le imbrigli in dei ruoli definitivi.

Il film ha il pregio di lasciare le azioni delle adolescenti in primo piano, utilizzando lo sport in maniera originale, cioè come ponte tra generazioni, senza che la competizione agonistica abbia mai un ruolo davvero significativo nelle vicende. È la preparazione, il preludio alla performance che si fa proscenio dei disagi, delle difficoltà, e  questo permette alla narrazione di fluire naturale, non priva di sbavature e imperfezioni che rafforzano la sincerità della pellicola stessa.

Ma la sceneggiatura è esile e avrebbe avuto bisogno di maggiore robustezza per reggere in maniera coerente un’impalcatura filmica e fuoriuscire da una dimensione ancora troppo documentaristica.