La bola negra, il nuovo film di Javier Calvo e Javier Ambrossi, conferma l’ambizione smisurata dei due autori spagnoli, qui alle prese con un’opera monumentale, eccessiva, stratificata, attraversata da Federico García Lorca, dalla memoria queer, dalla Guerra Civile spagnola e dal desiderio come forza politica e sentimentale. Presentato in Concorso al Festival di Cannes 2026, dove Los Javis hanno ottenuto il premio per la Miglior Regia ex aequo, il film è una grande macchina melodrammatica che rischia spesso di cedere sotto il peso delle proprie intenzioni, ma che trova anche momenti di autentica potenza emotiva.
La storia si sviluppa su tre linee temporali. La prima è ambientata nel 1932 e ruota attorno a Carlos, un giovane omosessuale che cerca di entrare in un prestigioso Casino del suo paese, sottoponendosi a una votazione simbolica fatta di bolas blancas e bolas negras. È qui che il titolo trova la sua origine, in dialogo con una delle opere incompiute di Lorca e con l’idea di un’esclusione sociale e affettiva che diventa condanna. La seconda linea, ambientata nel 1937, è la più centrale e compiuta: racconta il rapporto tra Sebastián, un giovane trombettista finito tra le file nazionaliste, e Rafael Rodríguez Rapún, soldato repubblicano ferito e fatto prigioniero durante la Guerra Civile. La terza si svolge nel 2017 e segue Alberto, un giovane autore che, attraverso un’eredità familiare, scopre di essere legato a quelle storie rimaste sommerse.
Un melodramma queer tra memoria, guerra e desiderio
La bola negra è un film che vuole raccontare un secolo di silenzi, amori negati e vite cancellate. Los Javis lavorano su una materia incandescente e profondamente politica: la rimozione delle esistenze LGBTQ+ dalla storia ufficiale, il peso della repressione, il trauma che attraversa le generazioni e il bisogno di restituire nomi e corpi a chi è stato costretto a vivere nell’ombra. Da questo punto di vista, il film possiede una forza indiscutibile. La sua ambizione non è soltanto narrativa, ma anche memoriale: riportare alla luce ciò che il tempo, la violenza e la vergogna hanno tentato di seppellire.
Il segmento più riuscito è quello del 1937, dove il rapporto tra Sebastián e Rafael riesce a trovare un equilibrio più naturale tra intimità e tragedia storica. Il loro legame nasce dalla diffidenza, dalla paura e dalla distanza ideologica, ma cresce attraverso gesti minimi: uno sguardo, una cura, un contatto, una vicinanza che diventa sempre più pericolosa. In questa parte il film respira meglio, perché il melodramma non è solo dichiarato, ma incarnato nei corpi dei personaggi. Guitarricadelafuente, al debutto cinematografico, porta al personaggio di Sebastián una fragilità nervosa e trattenuta, mentre Miguel Bernardeau dà a Rafael una presenza più ferita e magnetica, quasi già consegnata al mito.
La bellezza e il limite dell’eccesso
Come spesso accade nel cinema e nelle serie di Calvo e Ambrossi, tutto in La bola negra è portato al massimo volume: la musica, i colori, i simboli, le metafore, i corpi, il dolore. Il film è visivamente ricchissimo, a tratti travolgente, attraversato da immagini che sembrano voler diventare immediatamente icone. La fotografia di Gris Jordana costruisce un immaginario acceso e post-almodovariano, mentre la musica di Raül Refree accompagna il racconto con una tensione costante verso l’epica. Ci sono momenti in cui questa spinta funziona benissimo: una festa, una canzone, un silenzio improvviso, un dialogo più intimo, l’apparizione di Penélope Cruz come figura di music hall capace di alleggerire e insieme amplificare la dimensione teatrale del film.
Il problema è che La bola negra raramente si accontenta di suggerire. Spesso racconta, mostra e poi sottolinea ancora, trasformando ogni intuizione in simbolo esplicito. La durata importante, quasi due ore e quaranta, rende ancora più evidente questa tendenza alla ripetizione: alcune immagini e alcuni concetti tornano con insistenza, come se il film temesse che lo spettatore non colga fino in fondo il suo discorso. È qui che l’ambizione diventa anche limite. La volontà di costruire una grande epopea queer sulla memoria spagnola produce sequenze di enorme fascino, ma anche passaggi più appesantiti, in cui il pathos rischia di trasformarsi in enfasi.
Eppure, nonostante i suoi squilibri, La bola negra resta un’opera viva, generosa e sinceramente commossa. Quando Los Javis abbassano il tono e si fermano sui dettagli, il film trova la sua verità più profonda: non nella grande metafora, ma nella fragilità di chi ama sapendo di non poter essere libero; non nella dichiarazione programmatica, ma nel dolore di una memoria che continua a chiedere ascolto. Anche la linea contemporanea, pur più convenzionale, serve a ribadire che il passato non è mai davvero passato, e che le ferite non elaborate continuano a parlare nei corpi, nelle famiglie, nei silenzi ereditati.
La bola negra è quindi un film ridondante e a tratti troppo compiaciuto della propria grandiosità, ma anche attraversato da una forza emotiva che non si può liquidare. Calvo e Ambrossi costruiscono un’opera debordante, forse più vicina alla forma di una serie compressa che a quella di un film perfettamente equilibrato, ma capace di lasciare immagini, volti e sentimenti addosso allo spettatore. Un melodramma queer smisurato, appassionato e diseguale, che proprio nei suoi eccessi trova tanto i suoi limiti quanto la sua identità.
La bola negra
Sommario
Javier Calvo e Javier Ambrossi costruiscono un’opera monumentale e debordante, attraversata da Federico García Lorca, dalla Guerra Civile spagnola e dalla memoria queer. Un film imperfetto e a tratti ridondante, ma anche appassionato e commovente, capace di trasformare gli amori negati del passato in un grande melodramma sul desiderio come forma di resistenza.


