Il traditore: la spiegazione del finale del film

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Con Il Traditore (leggi qui la recensione), Marco Bellocchio realizza uno dei film italiani più importanti degli ultimi anni, trasformando la vicenda di Tommaso Buscetta in qualcosa che supera il classico racconto mafioso. Il film del 2019 non si limita infatti a ricostruire il percorso del primo grande collaboratore di giustizia di Cosa nostra, ma riflette sulla fine di un intero sistema culturale e morale. Attraverso lo sguardo ambiguo e tormentato di Buscetta, Bellocchio racconta il momento in cui la mafia perde definitivamente la propria immagine romantica e rituale per diventare un’organizzazione dominata dalla paranoia, dalla ferocia indiscriminata e dal potere assoluto dei Corleonesi guidati da Totò Riina.

La forza del film nasce proprio da questa prospettiva complessa. Pierfrancesco Favino interpreta Buscetta come un uomo diviso tra nostalgia, orgoglio e colpa, evitando qualsiasi idealizzazione. Il protagonista non diventa mai un eroe positivo, ma un individuo che comprende troppo tardi di aver contribuito alla costruzione di un mondo ormai fuori controllo. Il finale del film, apparentemente intimo e silenzioso rispetto alla dimensione monumentale del maxiprocesso e degli attentati mafiosi, racchiude invece il vero senso dell’opera: Buscetta muore inseguendo il fantasma di una regola morale che la mafia aveva già distrutto molto tempo prima.

Come Marco Bellocchio usa la storia di Tommaso Buscetta per raccontare la trasformazione definitiva di Cosa nostra

il traditore oscar 2020

Fin dalle prime scene ambientate durante la festa di Santa Rosalia, Il Traditore costruisce un clima di decadenza inevitabile. Bellocchio mostra una mafia ancora legata ai rituali, alle gerarchie e alle apparenze della tradizione siciliana, ma lascia percepire costantemente la tensione sotterranea che porterà alla guerra interna tra i clan palermitani e i Corleonesi. Buscetta intuisce immediatamente che quell’equilibrio è destinato a crollare. La sua fuga in Brasile rappresenta quindi molto più di una scelta strategica: è il tentativo disperato di sottrarsi a un’organizzazione che non riconosce più.

Bellocchio evita volutamente l’estetica spettacolare del gangster movie americano. La violenza nel film è improvvisa, secca, quasi burocratica. Gli omicidi si accumulano come un meccanismo automatico che travolge famiglie intere, figli, fratelli e persone estranee agli affari criminali. È qui che emerge il nucleo del personaggio interpretato da Favino. Buscetta continua a considerarsi fedele a un codice d’onore antico, convinto che Cosa nostra abbia tradito se stessa prima ancora che lui decidesse di collaborare con Falcone. Questa distinzione attraversa tutto il film. Buscetta rifiuta infatti l’etichetta di “pentito” perché non si percepisce come un uomo redento, ma come qualcuno che denuncia la degenerazione di un sistema a cui aveva aderito in passato.

In questo senso, il film si collega perfettamente alla filmografia di Bellocchio, da sempre interessata ai rapporti tra potere, istituzioni e identità personale. Come accadeva in Buongiorno, notte o in Vincere, anche qui il protagonista vive intrappolato dentro una struttura più grande di lui, incapace di liberarsene davvero. Buscetta collabora con lo Stato, ma resta mentalmente legato alle logiche mafiose. Ed è proprio questa ambiguità a rendere il personaggio tragico e profondamente umano.

Cosa succede davvero nel finale de Il Traditore e perché l’ultima immaginazione di Buscetta cambia il senso del film

pierfrancesco favino oscar 2020

L’ultima parte del film accompagna Buscetta negli Stati Uniti, dove vive sotto protezione dopo il maxiprocesso e dopo gli omicidi di molti suoi familiari. La morte di Giovanni Falcone segna definitivamente il protagonista, perché rappresenta la conferma che la guerra tra Stato e mafia è molto più complessa e radicata di quanto lui stesso avesse immaginato. Per questo decide infine di parlare anche dei presunti rapporti tra Cosa nostra e la politica italiana, arrivando a coinvolgere figure potentissime come Giulio Andreotti. Eppure Bellocchio mostra queste testimonianze senza trasformarle in un trionfo morale. Buscetta appare sempre più fragile, isolato e consumato dal dubbio.

Il vero cuore del finale arriva però negli ultimi minuti, quando il protagonista, ormai vicino alla morte, ricorda il primo omicidio che avrebbe dovuto compiere da giovane. La vittima designata aveva capito il pericolo e aveva scelto di mostrarsi sempre insieme al figlio piccolo, sapendo che le regole dell’epoca vietavano di mettere in pericolo i bambini. Buscetta non riuscì mai a sparare. Quel ricordo ritorna ossessivamente mentre il protagonista muore sotto copertura negli Stati Uniti.

L’immagine finale, in cui Buscetta immagina finalmente di uccidere quell’uomo durante il matrimonio del figlio ormai adulto, è estremamente significativa. Non si tratta semplicemente di un rimpianto criminale o del ricordo di una missione incompiuta. Bellocchio utilizza questa fantasia per mostrare quanto Buscetta sia rimasto prigioniero della mentalità mafiosa fino alla fine. Anche dopo aver collaborato con Falcone, denunciato Cosa nostra e assistito alla distruzione della propria famiglia, continua a ragionare secondo le logiche dell’onore e della vendetta.

Eppure quella scena contiene anche un elemento tragico più profondo. Buscetta ricorda con nostalgia un’epoca in cui persino la mafia riconosceva dei limiti. Il fatto che oggi quell’uomo avrebbe potuto essere ucciso insieme al figlio senza alcuna esitazione rivela quanto Cosa nostra sia cambiata. La fantasia finale diventa quindi il simbolo di una morale criminale ormai estinta.

Il Traditore racconta la fine dell’illusione mafiosa e la distruzione del concetto di “onore”

Il traditore cast

Uno degli aspetti più importanti del film riguarda proprio la demolizione del mito dell’onore mafioso. Buscetta insiste continuamente sull’idea che la “vera” Cosa nostra fosse diversa da quella guidata da Riina. Secondo lui esistevano regole, limiti e forme di rispetto reciproco che i Corleonesi hanno cancellato attraverso una violenza cieca e incontrollata. Bellocchio, però, mantiene sempre uno sguardo critico su questa posizione.

Il regista non suggerisce mai che la vecchia mafia fosse realmente migliore. Al contrario, mostra come Buscetta utilizzi questa distinzione per convivere con le proprie responsabilità. La nostalgia del protagonista per il passato diventa quindi una forma di autoassoluzione. Buscetta continua a pensarsi come un uomo diverso dai nuovi boss, ma resta comunque parte integrante di un’organizzazione fondata sul traffico di droga, sugli omicidi e sulla paura.

Questo conflitto emerge chiaramente nelle scene del maxiprocesso. I mafiosi detenuti negano tutto in maniera grottesca, insultano Buscetta e fingono di non conoscerlo. Bellocchio trasforma il tribunale in un teatro assurdo dove la verità sembra continuamente deformata dalla recitazione degli imputati. Buscetta appare quasi come un sopravvissuto che osserva il crollo definitivo del mondo a cui apparteneva. La sua collaborazione con Falcone nasce allora anche dal desiderio personale di vendetta contro chi gli ha distrutto la famiglia e cancellato il vecchio equilibrio mafioso.

Perché il rapporto tra Buscetta e Falcone rappresenta il vero centro emotivo del film

Il traditore film

Anche se Il Traditore racconta soprattutto la prospettiva di Buscetta, il personaggio di Giovanni Falcone è fondamentale per comprendere il significato del finale. Bellocchio evita qualsiasi retorica celebrativa e costruisce un rapporto fatto soprattutto di rispetto reciproco e diffidenza controllata. Falcone capisce immediatamente che Buscetta non è un uomo moralmente redento, ma comprende anche che le sue dichiarazioni possono finalmente spiegare la struttura reale di Cosa nostra allo Stato italiano.

Il film suggerisce che Falcone e Buscetta condividano una consapevolezza comune: entrambi sanno che la mafia non può più essere affrontata con gli strumenti del passato. La differenza è che Falcone guarda avanti, mentre Buscetta continua a vivere rivolto verso ciò che è stato perduto. Quando il magistrato viene assassinato nel 1992, il protagonista perde l’unica figura con cui aveva instaurato un legame autentico.

Da quel momento il film assume toni sempre più malinconici. Buscetta continua a testimoniare, ma appare ormai svuotato. La sua esistenza sotto copertura negli Stati Uniti è quella di un uomo sopravvissuto a tutti, incapace di ritrovare davvero un’identità. Nemmeno la famiglia costruita con l’ultima moglie riesce a cancellare il peso dei figli uccisi e delle scelte compiute.

Cosa significa davvero il finale de Il Traditore e perché Bellocchio rifiuta qualsiasi assoluzione del protagonista

Film sulla Mafia
Pierfrancesco Favino ne Il traditore

Il finale de Il Traditore è straordinario perché evita ogni semplificazione morale. Bellocchio non trasforma Buscetta in un eroe civile, ma neppure in un semplice criminale privo di coscienza. Il protagonista resta sospeso in una zona grigia fatta di responsabilità, rimorsi e illusioni perdute. La sua collaborazione con Falcone cambia realmente la storia della lotta alla mafia, ma questo non cancella il sangue versato durante la sua vita criminale.

L’ultima immagine mentale dell’omicidio mai compiuto sintetizza perfettamente questa ambiguità. Buscetta muore immaginando ancora un delitto, segno che la mafia continua a vivere dentro di lui come linguaggio e struttura mentale. Allo stesso tempo, però, quel ricordo rappresenta anche la nostalgia per un codice ormai cancellato dalla brutalità moderna di Cosa nostra.

Bellocchio chiude così il film con una riflessione amarissima: il problema non era soltanto Riina o la nuova mafia, ma l’intero sistema culturale che per decenni ha reso possibile quell’universo criminale. Buscetta ha contribuito a distruggerlo dall’interno, ma non è mai riuscito davvero a liberarsene. Ed è proprio questa impossibilità di separarsi dal proprio passato a rendere Il Traditore un’opera così potente e tragica.

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Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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