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La ruota delle Meraviglie, recensione del film di Woody Allen

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La ruota delle meraviglie

Dopo Cafè Society e la parentesi seriale, Crisis in six scenes, Woody Allen torna al racconto per il grande schermo con La Ruota delle Meraviglie (Wonder Wheel, sempre prodotto da Amazon, che questa volta distribuisce anche), film drammatico, ma con toni esagitati, che fanno pensare più alla commedia sopra le righe che a un vero e proprio dramma familiare.

Il film è ambientato negli anni ’50 e racconta la storia di Ginny, una ex attrice che le circostanze della vita hanno portato a sposare il gestore di una giostra a Coney Island. La donna si strugge tra una famiglia scombussolata (marito alcolista, figlio da primo matrimonio piromane, figliastra inseguita dal suo marito ex gangster) e un amore clandestino per un bagnino, bellimbusto con aspirazioni da scrittore e drammaturgo.

Gli elementi per un film di Woody Allen sono tutti presenti: un cast di volti noti, capeggiato da Kate Winslet; una storia corale, che intreccia la commedia al crimine, con tocchi di surreale ironia; la confezione (dai titoli di testa e di coda, alla musica onnipresente e ridondante); l’atmosfera rassicurante che sembra creare un mondo a parte una bolla all’interno della quale si è davvero “in un film di Woody Allen”, quasi come se il suo cinema fosse un luogo in cui il regista newyorkese trasporta, in media una volta all’anno, i suoi spettatori fidati.

La Ruota delle Mervaglie, la recensione del film di Woody Allen

Woody Allen colleziona un altro film “mancino”, cosa che gli si perdona, dato il prolifico periodo artistico che ormai attraversa da anni. Questo però non vuol dire che La Ruota delle Mervaglie sia privo di fascino o di spunti, a partire dal cast. Allen si affida a una grande attrice, intorno alla quale costruisce la sua storia; Kate Winslet si mostra in tutta la sua bellezza naturale, struccata, spettinata, dimostra comunque molto più fascino, carisma, bellezza autentica di tante giovani attricette, nonostante la fragilità e l’ipocrisia della sua Ginny. Uomo fortunato, al suo fianco, è Jim Belushi, che Allen ripesca da non si sa dove e mette nella sua inquadratura, perfettamente in grado di fare da spalla alla straordinaria Winslet.

Juno Temple, figliastra di Ginny, spicca per il suo aspetto adatto al tempo e al personaggio, una Lolita un po’ cresciuta, ammiccante e tenera allo stesso tempo, una perfetta rappresentazione della donzella in difficoltà. Con lei troviano Justin Timberlake; il suo bagnino Mickey è il narratore della storia, quello che ha una prospettiva privilegiata sugli eventi, che conosce l’evoluzione delle cose, forse anche grazie (metaforicamente parlando) alla sua posizione sulla torretta di guardia del lotto numero 7 della spiaggia di Coney Island. Il cantante/attore dimostra delle doti sempre più solide di interprete, e si rivela un perfetto personaggio alleniano.

Personaggio protagonista de La Ruota delle Meraviglie è senz’altro la luce. Allen torna a lavorare con Vittorio Storaro, che per l’occasione costruisce un’illuminazione da fiaba per l’intera storia, un bagno aranciato in cui affondano i personaggi, ma che allo stesso tempo cambia repentinamente con l’umore della protagonista, a imitare la luce da palcoscenico, che sfuma, sfugge, cambia colore e si riduce in un baleno.

Nella confezione rassicurante de La Ruota delle Meraviglie, Woody Allen realizza un prodotto affaticato, senza il suo guizzo, tuttavia regala sempre personaggi affascinanti, specchio perfetto delle debolezze dello spettatore, affascinanti figure in balia del destino e dei loro errori.