Guardando Lo sguardo di Satana Carrie, trovarsi a parlare dell’ennesimo remake rischia di essere ripetitivo e noioso, per chi scrive e per chi legge. Eppure Kimberly Peirce ci mette in condizione di farlo ancora, e di parlare della sua Carrie, di quella fanciulla demoniaca che fu di Brian De Palma e prima ancora di Stephen King.

La storia è tra le più famose di cinema e letteratura. Al raggiungimento della maturità sessuale, l’adolescente Carrie White scopre di avere dei poteri telecinetici, poteri potenzialmente distruttivi che condizioneranno il suo immediato futuro. La storia di King è concisa e lugubre (Carrie rientra nella categoria dei suoi romanzi breve), il film di De Palma un crescendo di tensione che culmina, nella scena conclusiva, in dieci minuti di follia. Il film della Peirce è un teen movie, arrivatoci tra capo e collo a snaturare tutto ciò che di inquietante, disturbante e incontrollato c’era nel personaggio e nella storia originari.

Paragonando il film alle precedenti versioni, Lo sguardo di Satana Carrie (2013) è un film vuoto, edulcorato, che perde decisamente la scommessa del remake e fa di Chloë Grace Moretz, seppur brava, una ragazzina alle prese con i super poteri, una Peter Parker al femminile che scopertasi super dotata comincia a giocare e ad esercitarsi a fare magie. Preso come film a sé stante, Lo sguardo di Satana Carrie delude ancora di più, per una scrittura scialba che non giustifica, anzi non necessita della presenza di personaggi di contorno, su tutti quello di Gabriella Wilde (Sue), che vengono lasciati ad assistere al grande finale in cui la nostra protagonista si trasforma in un incrocio tra Darth Vader e Magneto.

Lo sguardo di Satana Carrie, il film

Il film brucia tutto il potenziale disturbante di una storia che poteva essere un perfetto tassello in quel mosaico più o meno fisso di film a carattere demoniaco, con la possibilità di parlare della presenza del maligno nel mondo in maniera alternativa e rispolverare così non solo la storia che King scrisse nel 1974 ma anche un genere cinematografico che langue da tempo. Julianne Moore nei panni della disturbata madre di Carrie sembra essere una leonessa in gabbia, ostacolata nella sua sofferta e angosciante performance da una struttura narrativa che la mette in condizione di scendere a patti con una figlia che lei considera diabolica.

Rifare Lo sguardo di Satana Carrie con le dinamiche e il linguaggio di un teen movie, puntando ad un determinato target anagrafico, non è altro che l’ennesima conferma di un’industria che cerca di far merce di ogni storia, omogeneizzando le idee e appiattendo ogni spunto di introspezione in un modo diverso di raccontare e di fare cinema.