

È un film sobrio, delicato e originale, Lunchbox, diretto dall’esordiente Ritesh Batra: una regia che prende immediatamente le distanze dalla commedia tipica della Bollywood, scartando alla radice eccessi, ridondanze e fatuità. L’autore sceglie infatti di concentrarsi sugli aspetti più dimessi e profondi della narrazione, privilegiando l’interiorità dei personaggi, il loro bisogno di comunicare e, soprattutto di sentirsi meno soli. Quello che più conta restituire e riportare, anche attraverso la costruzione della messa in scena, è il loro più intimo sentire, il loro disagio di fronte a un’esistenza vuota e sempre uguale. Così il loro agire minimale – per lo più costituito dalle abitudini culinarie di lei, e da quelle professionali di lui- si coniuga con il peso e il significato della parola scritta e della riflessione; e, parallelamente, si alterna, nel montaggio, alle riprese della vita cittadina, caotica e opprimente: quella delle piazze, quella delle strade e dei mezzi di trasporto. La macchina da presa interviene dunque nel sottolineare ed isolare l’unicità della loro relazione epistolare, offrendo loro uno spessore, umano e spirituale, che risalta dallo sfondo metropolitano, freddo e indifferente. Un distacco che si esprime anche nei colori: tonalità di grigio e di colori scuri caratterizzano le immagini d’ambiente; mentre sfumature più calde, accoglienti e vivaci pertengono il cibo, nelle sue varie articolazioni.
