L'Uno film

Si apre comunicando una serie di misure straordinarie il film L’Uno, diretto da Paolo Carenzo, Alessandro Antonacci, Stefano Mandalà e Daniel Lascar. Queste prevedono un coprifuoco generalizzato a partire dal tardo pomeriggio e il divieto di dar vita ad assembramenti anche all’interno delle proprie abitazioni. Tutto ciò perché nella storia raccontata c’è una minaccia, di origine ignota e che potrebbe colpire tutti senza distinzioni. Un contesto simile, anche solo un anno fa, sarebbe potuto essere quello di un film di fantascienza. Oggi, invece, quella presente nel film è una vicenda che trova un riscontro fin troppo simile all’attuale contesto mondiale, dove la pandemia di Covid-19 è una realtà consolidata. Ed è necessariamente in rapporto a questo che il film va considerato, essendo un brillante esempio di come il cinema può metaforicamente trattare tale virus senza parlarne esplicitamente.

La vicenda de L’Uno ha per protagonista non un virus, bensì un oggetto volante non identificato. Da quattro mesi questo è presente nel cielo, ma lì è rimasto, immobile, silenzioso. Una presenza indesiderata che influisce molto più di quel che potrebbe sembrare sulle vite di tutti, e in particolare di sei personaggi. Questi sono Marta (Elena Cascino), Tommaso (Matteo Sintucci), Giulio (Stefano Accomo), Claire (Anna Canale), Cecilia (Alice Piano) e Marco (Carlo Alberto Cravino). Questi si ritrovano a casa dei primi due per trascorrere insieme la notte di Capodanno. Costretti a rimanere chiusi qui, senza possibilità di contatti con l’esterno, i sei ragazzi dovranno necessariamente fare i conti con sé stessi, con chi li circonda, con i propri ricordi e i propri rimorsi. È forse questa la minaccia più grande portata dall’Uno, mettere ognuno dinanzi alla propria realtà dei fatti?

Fare i conti con sé stessi

Tratto dall’omonimo spettacolo teatrale della compagnia ContraSto, il film L’uno diventa disponibile agli spettatori nel momento più ideale. Dal 23 novembre questo è infatti noleggiabile sulla piattaforma Chili, in attesa di una futura distribuzione in sala. Aspettare oltre poteva infatti rischiare di far passare il momento giusto, che invece andava colto data l’involontaria attualità di quanto narrato. E quella qui raccontata appare come una storia ora particolarmente scottante, che sottolinea una volta di più il bisogno in questo momento di “stop” di dar vita a riflessioni sul proprio Io e sul proprio rapporto con il mondo. Tematiche più spaventose di quello che potrebbero apparire, ma che proprio per questo è necessario affrontare.

Chiusi dentro casa, senza possibilità di grande socialità, si è costretti a fare i conti con sé stessi, lasciando cadere tutte le maschere che quotidianamente si indossano. Se il palcoscenico di un teatro è il luogo ideale per questa storia dall’unico ambiente, ancor di più sembra esserlo il cinema. Tramite il mezzo della finzione per eccellenza si può così giocare nel dar vita a quei contrasti e quegli elementi che comunicano il non detto dei personaggi. Attraverso i colori e le luci, in particolare, si evidenza l’instabilità dei personaggi che fingono sicurezza, e il loro grande bisogno di affetto pur negandolo.

L’Uno appare dunque null’altro se non il pretesto per costringere i personaggi in un non-luogo che diventa via via più claustrofobico, straniante. Qui, lentamente, ciò che si sospetta finisce con il venire allo scoperto. L’idealizzazione di sé stessi lascia spazio ad un’umanità in cui è possibile immedesimarsi, con i personaggi che svelano fragilità, paure, vizi e virtù. Con il minimo, il film riesce così a far compiere un percorso avvincente, divertente, commovente e inquietante. Perché nel momento in cui ci si svela, occorre poi necessariamente fare i conti con la realtà. Un dettaglio a cui i personaggi forse non sono pronti, e forse non lo siamo neanche noi.

L'Uno Recensione

Tra cinema e teatro

Nel raccontare tutto ciò, i registi e gli attori decidono di avvalersi delle possibilità offerte dal mezzo cinematografico, senza però rinunciare all’impostazione teatrale. Come già accaduto per Favola con Filippo Timi, infatti, la regia mira a rimanere distante, quasi riproducendo la separazione che c’è tra il palcoscenico e la platea. Tale scelta potrebbe facilmente risultare sgradita a primo impatto, ma con un po’ di abitudine si rivela invece funzionale al racconto. Allo stesso modo la recitazione degli attori rimanere di stampo teatrale, ben diversa da quella cinematografica, creando un cortocircuito che in questo caso non sempre convince, pur considerando la grande bravura degli interpreti.

Ed è proprio merito alla loro chimica in scena che L’Uno riesce, nonostante i propri limiti, a risultare particolarmente coinvolgente. La staticità data dall’impostazione teatrale viene infatti quasi a passare in secondo piano grazie alla dinamicità offerta dagli attori e dal loro muoversi e agitarsi nello spazio. L’esperimento appare dunque riuscito, e ciò che lo spettatore di oggi ne ottiene è un’opera che riesce ad inserirsi perfettamente nel suo contesto storico. Questo avviene probabilmente anche perché le tematiche trattate non erano a noi poi totalmente estranee, ma anzi si agitavano nell’aria già da un po’.