David Fincher è tornato. Lo scorso anno ci aveva deliziati tutti con The Social Network, ma chi di lui ha amato i primi lavori non poteva accontentarsi di una bella storia e di una sceneggiatura perfetta. Così Fincher si è dato al remake europeo, dedicandosi a riportare sullo schermo, a distanza di soli due anni il romanzo di Stieg Larsson Millennium – Uomini che odiano le donne.

 

Il romanzo presenta tutte le caratteristiche che possono intrigare uno come Fincher:  personaggi corrotti nell’anima, indagini complicate, una certa dose di violenza. La storia è quella raccontata anche dal misconosciuto regista svedese Niels Arden Oplev: un giornalista finanziario con gravi problemi legali e un hacker dal carattere violento uniscono i loro cervelli (e non solo) per risolvere un caso di una ragazza scomparsa 40 anni prima.

Torbidi protagonisti di Millennium – Uomini che odiano le donne sono da una parte il solido Daniel Craig che con incredibile intelligenza mette da parte la sua figura di indistruttibile e fiero guerriero per mettersi nei panni di un uomo messo alla prova dal lavoro e dalla vita e non troppo padrone degli eventi che gli gravitano intorno.

Dall’altra Fincher fa una scelta che desta curiosità affidando il ruolo che fu della tosta Noomi Rapace alla diafana Rooney Mara, già comparsa in un piccolo ruolo in The Social Network. La giovane donna presta il suo corpo al personaggio con agghiacciante duttilità, diventando davvero la Salander descritta da Larsson, schiva, introversa, decisa, vendicativa e violenta.

Millennium – Uomini che odiano le donne

In Millennium – Uomini che odiano le donne Fincher ci conduce nei meandri della mente di Lisbeth, nelle sue terribili esperienze e nei suoi folli ma giustificati gesti di violenza, fino a che non viene coinvolta insieme a Mikael/Craig nell’indagine assegnatagli dal magnate dell’industria svedese Vanger/Christopher Plummer, e allora la sua vita cambia grazie ad una persona gentile.

David Fincher padroneggia benissimo la storia aiutato per buona parte da un cast perfetto e in stato di grazia (su tutti Mara) e da una colonna sonora, composta ancora una volta da quel fenomeno di Trent Reznor, che si amalgama perfettamente con il racconto, diventando di supporto quando la scena è coinvolgente e trasformandosi poi in splendida protagonista nei tempi morti, aiutando così l’equilibrio del film.

Così come il ritmo del romanzo, il film risente di una presentazione dei caratteri forse un po’ dilatata, che ci mostra con chiarezza e dovizia di particolari le condizioni rispettive di Mikael e Lisbeth, ma ritarda a quasi metà film l’inizio delle indagini, cuore tematico di tutta la narrazione. Stesso problema si avverte nel finale, quando alla resa dei conti, succedono tutta una serie di scene, il famoso e temuto ‘spiegone’, che rallentano il film e fanno disperdere un po’ la sensazione di disagio e angoscia che attanaglia lo spettatore nel momento clou del film.

Nonostante queste pecche di ritmo, Fincher realizza un bel film, potente ed emozionante (nell’ambivalenza del termine) che coinvolge lo spettatore grazie ad una storia intrigante, dei protagonisti molto bravi ma anche e soprattutto grazie ad un paesaggio nordico che spezza il respiro.