molly's game recensione

Le grandi personalità piacciono ad Aaron Sorkin e non poteva sceglierne una migliore per affrontare addirittura il suo primo viaggio dietro alla macchina da presa, e così Molly’s Game diventa l’esordio da regista di uno dei più grandi sceneggiatori del nostro tempo. Dopo Mark Zuckerberg e Steve Jobs, Sorkin sceglie Molly Bloom per collezionare un altro grande ritratto di un personaggio abituato ad eccellere che si scontra contro le avversità del suo lavoro, ma anche della sua vita, della sua famiglia. E forse sarebbe più indicato pensare al Billy Beane de L’Arte di Vincere per parlare di questa magnifica eroina: entrambi figure di successo che alla fine si confrontano con la propria sconfitta, aumentando la loro statura eroica di fronte al pubblico.

 

Il film racconta la storia vera di Molly Bloom ex sciatrice del Colorado di fama mondiale. Un brutto incidente, durante le Olimpiadi del 2004, la costringe a ritirarsi dalla carriera agonistica per dedicarsi allo studio. Tuttavia il trasferimento a Los Angeles le mostrerà altre possibilità, un’altra vita, in cui Molly, per competenza e indole, non può che eccellere. Per otto anni Molly Bloom incassa 4 milioni di dollari l’anno dal giro: da semplice cassiera a regina del tavolo, un giro di poker clandestino che coinvolge campioni dello sport, uomini d’affari, imprenditori e, a sua insaputa, vertici della mafia russa. Fino a che l’FBI non scopre tutto e smantella il giro di Molly. La donna comincia una lunga battaglia legale con al suo fianco solo Charley Jaffey, il suo avvocato che impara a conoscerla, e noi con lui.

Molly’s Game è l’esordio alla regia di Aaron Sorkin

Alternando il legal drama del presente con la biografia più pura, Aaron Sorkin si muove tra passato e presente per costruire la storia umana e familiare di Molly. Non si tratta del poker, pure se lo sceneggiatore e regista ne ha studiato tecniche, terminologie e atmosfere, ma solo della nostra protagonista, una donna determinata e allenata a essere la migliore, da un padre durissimo e intransigente. Proprio nel rapporto con la figura paterna, con l’uomo di potere, la storia trova la sua chiave di lettura, così come Sorkin aveva fatto in Steve Jobs, così come aveva accennato in L’Arte di Vincere.

Insomma ancor prima di mettersi dietro alla macchina da presa, Sorkin era un autore, e lo conferma con questa sua prima prova registica. Certo, spesso le immagini si trovano in affanno di fronte alla velocità delle parole, soprattutto nei serrati scambi tra Jessica Chastain e Idris Elba, ma lo sceneggiatore dimostra, anzi conferma di sapere ciò che vuole raccontare, sul come farlo, c’è tempo per affinare la mano.

molly's game

Dopotutto Sorkin si è affidato a Jessica Chastain, una vera e propria garanzia, una bellezza d’acciaio che, pur non sfigurando in nessun genere, trova nei ruoli drammatici di donne dallo spirito di granito la sua più elegante ed efficace espressione di talento, che l’attrice mette tutto al servizio della storia e della sua Molly: bellissima, vincente, determinata, indipendente.

Dove Sorkin scivola rovinosamente è proprio sulla motivazione della protagonista, il voler addossare a Molly, persona tridimensionale, un trauma edipico che lo porta a semplificare, nel finale, tutto il suo operato, le sue scelte, banalizzando la sua protagonista in favore dell’esigenza di far quadrare il cerchio.

C’è lo sforzo, da parte del narratore, di dare spessore morale alla sua protagonista, trasformando ancora una volta il personaggio portante di una sua storia in un faro di integrità, uno specchio per l’America. Ma, paradossalmente, sono proprio lo sviluppo narrativo e la svolta finale il punto in cui Molly’s Game si blocca, ed è un peccato che di fronte a una personalità così sorkiniana, ma anche così americana, lo sceneggiatore e regista si sia troppo lasciato convincere dalla semplicistica spiegazione psicoanalitica.