Mommy

Il giovanissimo regista Canadese di venticinque anni ha talento, e sa di averlo. Nel suo ultimo lavoro Mommy in concorso a Cannes, Xavier Dolan dà il meglio di sé, concedendosi anche un certo autocompiacimento stilistico, che alla fine sottrae qualcosa al film.

 

Cominciamo infatti dalla primissima cosa che salta agli occhi, ovvero il formato 1:1 piuttosto insolito. Una composizione rettangolare ma verticale che è stata anche definita “formato iPhone”. Scelta discutibile, ma interessante e quantomeno funzionale: il film racconta infatti un difficile rapporto tra una folle (in senso positivo) e energica madre e l’iperattivo figlio disadattato affetto da ADHD (disturbo comportamentale dell’autocontrollo); rapporto morboso, edipico, con una sottesa pulsione erotica. La scelta quindi di isolare i personaggi in una inquadratura opprimente e claustrofobica ha sicuramente un fondamento narrativo. Inoltre, aiutato da un intelligente uso della camera, porta a una intimità, soprattutto nelle scene casalinghe, che potrebbe essere quella di un home-movie.

Ma Dolan non si accontenta e quando la storia sembra prendere una spensierata piega verso la libertà dei personaggi, mette letteralmente in mano a uno di essi i lati dello schermo facendoglieli allargare fino al formato 1.85:1, dando così una boccata d’aria fresca al pubblico, il quale risponde con un applauso a scena aperta.

Mommy, il film

Mommy recensione

Nonostante l’applauso però bisogna dire che giocando in questo modo con l’immagine e adottando altri facili espedienti stilistici come riprese a rallentatore e calde luci avvolgenti, il giovane regista risulta un po’ autocelebrativo e istrionico, senza aggiungere gran che alla pellicola, che sarebbe rimasta di altissimo livello anche senza.

Mommy rimane comunque pieno di energia e talento, con uno sguardo molto affettuoso e non scontato sui suoi personaggi, nonostante il discutibile rapporto tra madre e figlio.

Xavier Dolan ha dalla sua tre attori incredibili nei loro ruoli: la madre Diane (Anne Dorval) estremamente emotiva, il figlio Steve ( Antoine-Olivier Pilon) interpretato con una fisicità assoluta a cui spesso la macchina da presa fatica a stare dietro, e la vicina di casa Kyla (Suzanne Clement) una donna con disturbi del linguaggio. E i punti più toccanti arrivano quando Dolan lascia che i suoi attori mollino gli ormeggi e prendano il largo nell’emotività dei personaggi, piuttosto che quando il regista è tutto concentrato a sottolineare stilisticamente la drammaticità di una scena.