Quattro donne, Noha, Randa, Soukaina e Hlima, si prostituiscono a Marakech, desiderate e insieme disprezzate da sauditi ed europei. Subiscono violenze e umiliazioni, ma non sono vittime. Sono invece donne forti e autodeterminate, che sanno anche prendersi gioco degli uomini. Quando non lavorano, condividono una quotidianità fatta di sole donne, animata da un forte senso di solidarietà. Resistono con umorismo, allegria e tenerezza alla brutalità del mondo che le aspetta fuori.

Sesto lungometraggio del regista franco-marocchino Nabil Ayouch, giudicato scandaloso e messo al bando in Marocco dopo la partecipazione a Cannes, Much loved ha invece ottenuto solidarietà dal mondo cinematografico europeo e acceso il dibattito nel mondo arabo sui diritti delle donne e sulla condizione femminile.

Ha anche il merito di averlo fatto fotografando il mondo della prostituzione con realismo e senza pietismi. Ha mostrato donne forti, libere ed indipendenti grazie alla loro scelta di vita e si è immerso senza timori nell’esplorazione del paradosso di questa condizione, sinonimo d’altra parte di sfruttamento, mercificazione, umiliazione, che le protagoniste vivono senza farsi piegare, con dignità, da vere “guerriere”, come le ha definite lo stesso Ayouch. Paiono, anzi, molto più forti degli uomini, loro sì fragili, perciò brutali e violenti con le donne che pagano e dei cui servigi non saprebbero fare a meno.

Much lovedLe quattro protagoniste – Loubna Abidar, Asmaa Lazrak, Halima Karaouane, Sara Elmhamdi Elalaoui – attrici non professioniste, tranne Loubna Abidar, colpiscono per la naturalezza e il vivido realismo con cui interpretano i rispettivi ruoli.

Ayouch le dirige con sicurezza attraverso scene incisive, da cui passano i concetti cardine del film: spiccano fascino e sensualità dei corpi, occhi dallo sguardo fiero. La combattività è nei gesti – come i pugni chiusi di Noha in una delle scene più forti del film – l’emancipazione è nella sicurezza di certi rifiuti, la gioia di vivere nella leggerezza di alcuni momenti tra donne. Gli uomini hanno volti intimiditi, o soggiogati dal fascino, o accecati dalla rabbia. Le sequenze delle feste, ben orchestrate, evidenziano il bisogno maschile di umiliare la donna per nascondere le proprie debolezze, mentre questa si presta condiscendente a una sottomissione che è solo inscenata.

Dunque il film smaschera l’ipocrisia della società marocchina, imperniata sulla figura maschile, affrontando argomenti tabù come prostituzione, sesso e omosessualità (non ne escono peraltro meglio i clienti europei). L’ipocrisia riguarda anche le famiglie delle prostitute, che vivono dei loro guadagni ma le respingono, non ritenendole degne del rispetto e dell’affetto che esse cercano.

Un volto del Marocco forse sconosciuto a molti, forse rimosso, che qui s’impone all’attenzione dello spettatore.