Presentato come film d’apertura alla 76ª edizione del Festival di Berlino, No Good Men di Shahrbanoo Sadat è un’opera che colpisce con una forza rara, capace di intrecciare il racconto personale con la tragedia collettiva di un Paese sull’orlo del precipizio. Ambientato nell’Afghanistan del 2021, poco prima del ritorno dei Talebani, il film è ispirato alle memorie del giornalista Anwar Hashimi, che interpreta una versione di se stesso: Qodrat, volto noto di Kabul News e figura centrale di una narrazione che osserva il caos politico e sociale attraverso gli occhi di chi lo vive quotidianamente.
Ma il vero cuore della pellicola è Naru, interpretata dalla stessa Sadat: una camerawoman determinata, madre del piccolo Liam e donna costretta a sopravvivere in una società profondamente patriarcale. Attraverso di lei, No Good Men diventa molto più di un film politico o storico. È il ritratto di una donna che cerca disperatamente di ritagliarsi uno spazio di libertà in un mondo dominato dagli uomini.
Una protagonista femminile straordinaria
Naru è uno dei personaggi femminili più intensi e autentici visti recentemente al cinema. Non è costruita come un’eroina perfetta né come una vittima passiva: è una donna reale, piena di rabbia, fragilità e desiderio di emancipazione. È fuggita da un matrimonio infelice, cerca di crescere suo figlio con amore e dignità e allo stesso tempo combatte ogni giorno contro un sistema che la considera inferiore.
La forza del personaggio sta proprio nella sua normalità. Naru lavora, corre, affronta pericoli, si occupa del figlio, prova paura e stanchezza. Eppure continua a resistere. Sadat riesce a darle una presenza scenica potentissima senza bisogno di trasformarla in simbolo astratto. Ogni gesto, ogni silenzio e ogni sguardo raccontano il peso di una condizione femminile soffocante.
Il titolo del film, No Good Men, diventa progressivamente una dichiarazione amara e radicale. Nel mondo raccontato dalla regista non sembrano esistere uomini capaci di amare davvero o rispettare le donne. Gli uomini picchiano, controllano, umiliano, decidono. Le donne vengono trattate come proprietà, private della libertà emotiva e personale. Una visione estremamente dura, che però la pellicola restituisce senza retorica e senza forzature.
Il ritratto di un Paese
sull’orlo del collasso
Uno degli elementi più impressionanti dell’opera è il modo in cui riesce a catturare la sensazione di instabilità continua che attraversava l’Afghanistan in vista dell’arrivo dei Talebani. Le strade di Kabul, gli uffici dell’informazione, i rumori della guerra imminente: tutto appare vivo, urgente, autentico. Sadat costruisce un racconto che sembra quasi documentaristico, capace di immergere completamente lo spettatore nella realtà quotidiana dei personaggi.
La tensione politica rimane costante per tutta la durata del film, ma non diventa mai il solo centro della narrazione. Ciò che interessa davvero alla regista è mostrare come la violenza del contesto finisca inevitabilmente per infiltrarsi nelle relazioni personali, nei rapporti familiari e nella vita delle donne. La paura non è soltanto quella delle esplosioni o della guerra: è anche quella domestica, silenziosa, quotidiana.
No Good Men diventa così un testamento dell’Afghanistan pre-talebano, prima dell’esodo di tanti afghani, ma anche il racconto universale di tutte le società in cui il patriarcato continua a soffocare la libertà femminile.
Una regia asciutta e senza compromessi
Shahrbanoo Sadat sceglie una regia diretta, essenziale, quasi ruvida. Non cerca mai l’estetizzazione del dolore né la spettacolarizzazione della tragedia. Gli spari, la distruzione, il caos e la rabbia vengono mostrati in modo netto, senza filtri e senza musica manipolatoria. Questa scelta rende il film ancora più potente, perché ogni scena sembra accadere davanti agli occhi dello spettatore con una sincerità quasi brutale.
Anche nei momenti più duri, però, il film riesce a mantenere una straordinaria umanità. Il rapporto tra Naru e il piccolo Liam regala alcune delle scene più emozionanti della pellicola. In mezzo al disastro e alla paura, resta spazio per l’amore materno, per l’amicizia, per i sorrisi improvvisi e per piccoli frammenti di normalità che rendono tutto ancora più commovente.
La sceneggiatura evita facili moralismi e lascia parlare soprattutto i personaggi e le situazioni. Non ci sono grandi monologhi o spiegazioni didascaliche: il film si costruisce attraverso dettagli, tensioni e momenti quotidiani che finiscono per avere un impatto devastante.
No Good Men: un film che lascia il segno
La forza di No Good Men sta nel rimanere impresso allo spettatore anche dopo la fine della proiezione. È uno di quei lungometraggi che non si limitano a raccontare una storia, ma restituiscono una sensazione fisica di inquietudine, rabbia e impotenza. Sadat firma un’opera profondamente personale che, partendo dall’esperienza individuale, si allarga a una riflessione collettiva sulla condizione femminile e sulla violenza sistemica.
Le emozioni di Naru e del giornalista Qodrat avvolgono lo spettatore in un racconto vivido e credibile, rendendo ancora più evidente la portata di ciò che viene messo in scena. Il film scorre con naturalezza nonostante la durezza dei temi affrontati: alterna momenti di tensione, commozione e improvvisi squarci di quotidianità che ne amplificano l’impatto. Colpisce, emoziona e costringe a confrontarsi con una realtà troppo spesso filtrata solo attraverso notizie e immagini di conflitto.
No Good Men è il cinema di cui abbiamo bisogno, sincero e coraggioso. Un’opera che denuncia senza diventare manifesto, che emoziona senza manipolare e che restituisce voce a chi troppo spesso è stata costretta al silenzio. Un film intenso e doloroso, destinato a lasciare un segno profondo.
No Good Men
Sommario
No Good Men è un’opera intensa e urgente che trasforma l’Afghanistan del 2021 in un racconto vivido di tensione politica e oppressione quotidiana.

Il ritratto di un Paese
sull’orlo del collasso