Esordio alla regia di Zsofia Szilagyi, One Day racconta una giornata “normale” di Anna, una donna di 40 anni, con tre figli, un marito e una vita sempre di corsa. In questi termini, il film, presentato alla 57° Semaine de la Critique, non si presenta come il film più allettante di sempre, tuttavia regala emozioni e sorprese, grazie all’occhio attento della regista.

La scena si apre sulla scoperta di un tradimento: il marito di Anna ha intrecciato una corrispondenza con un’amica di lei. A questa rivelazione seguono le scuse dell’amica e una promessa di sparire dalla vita dei coniugi. Anna torna a casa, ha tre figli, uno di due anni, con l’influenza, da accudire continuamente. Il più grande, circa 11 anni affronta con timidezza gli amici, la scuola, tutte quelle frivolezze che a quell’età sono problemi importanti; la figlia di mezzo, 5 p 6 anni, è irrequieta e impertinente.

Anna dovrebbe trovare il tempo di discutere con il marito, ma non può, perché i figli la assorbono, la vita di città è frenetica e i minuti non bastano mai. Tra scuola, sport, corsi di musica pomeridiani, traffico e liti con gli automobilisti, piccole dimenticanze e madri invadenti, raffreddori e farmacie notturne, la vita di Anna si esaurisce completamente per gli altri.

Il pregio principale del film di Szilagyi sta nel rendere tutto tangibile, seguendo da vicino la protagonista: sentiamo il suo stress, la sua fretta e a tratti la sua frustrazione, soprattuto la stanchezza e il senso di inerzia che la travolge. Anna continua a muoversi, senza neanche dormire, prosegue nei suoi compiti sistematicamente, sempre più stanca, ma mai ferma.

La città, sfondo grigio e indifferente, contribuisce a costruire il senso di oppressione di Anna e dello spettatore. Alla fine di una giornata durata molto più di 24 ore, siamo noi a staccarci, ad allontanarci, il film si chiude. Anna però, non si ferma ancora.