orlando recensione michele placido
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Fuori Concorso al Torino Film Festival e in sala dal 1° dicembre distribuito da Europictures, Orlando è il nuovo film di Daniele Vicari. Un racconto di scoperte, di sé e dell’altro, resa possibile dalla presenza dominante di Michele Placido, protagonista maschile di una storia realizzata tra l’Italia  e Bruxelles e dedicata a Ettore Scola (“una delle mie amicizie più importanti“). E’ lui l’Orlando che dal piccolo borgo natale del regista, di Castel di Tora, nella Valle del Turano, in provincia di Rieti, si trova sbalzato in un mondo lontano da sé, costretto a fare i conti con passato e futuro.

 
 

L’avventura di Orlando e Lyse, insieme per caso

Che nel film ha il volto della piccola Lyse, la giovane esordiente Angelica Kazankova scelta per interpretare la nipotina di Orlando, un anziano contadino rimasto a vivere da solo in un paese di montagna del centro Italia da dove in molti se ne sono andati. Tra questi, suo figlio, emigrato venti anni prima in Belgio, a Bruxelles, da dove arriva la telefonata che lo avverte di una emergenza che costringe l’uomo a partire,  per la prima volta nella sua vita. 

Arrivato a destinazione, Orlando scopre una realtà complicata, dolorosa e faticosa da accettare, soprattutto per lui, poco abituato a vivere in tanta modernità. Obbligato a costruire un qualche tipo di rapporto con la dodicenne, anche lei in cerca di spiegazioni e guida, e a provvedere alla sopravvivenza di entrambi, il vecchio cerca di far valere la propria esperienza, per finire con lo scoprire di non essere – né dover essere – solo. E come lui, la bambina.

Un incontro-scontro, con la realtà

Presentata come una “favola moderna”, la storia messa in scena da Vicari – dopo Il giorno e la notte e il precedente (prima di vari film e serie tv) Sole cuore amore del 2016 – conferma l’attenzione del regista reatino per il mondo che ci circonda, per il quotidiano che si trasforma intorno a noi, per come i nostri simili attraversano difficoltà che spesso non riusciamo a comprendere. E questa volta lo fa attraverso gli occhi e la sensibilità di un uomo come tanti lui stesso ne ha incontrati: “semidei eterni che vivono in un passato che non passa… persone dure ma capaci di accogliere”, come li descrive a Repubblica.

Una figura strappata alla natura, alle proprie convinzioni, eppure capace di non opporsi alla vita, come molti più giovani oggi non sembrano in grado di fare, di adattarsi, di ristabilire le proprie priorità. Una di quelle con le quali Placido sembra trovarsi più a suo agio, come attore, vista l’intensità e l’anima che riesce a infondere e trasmettere nei panni dell’anziano sabino, una sorta di Chance Giardiniere de noantri i cui silenzi – a tratti esagerati – sono contrappuntati da un commento musicale che ben compensa alcuni squilibri.

Su tutti quello determinato dalla vena diseguale della controparte più giovane, una “monella” volutamente insopportabile in alcune manifestazioni del trauma subito e del suo essere cresciuta – e ormai dover sopravvivere – in un altro mondo, che pure non deve esser stato semplice da selezionare, dovendo essere bilingue, del giusto aspetto e in grado di mostrarsi abile pattinatrice su ghiaccio. Una presenza comunque “vitale”, dalla quale la perizia dell’esperto compagno di scena e del regista riescono a trarre il giusto carattere, mettendo rimedio ad alcune carenze e realizzando un film capace di trattenere, in alcuni momenti coinvolgere e – avendone voglia – riflettere sugli spunti insiti nel racconto.

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RASSEGNA PANORAMICA
Mattia Pasquini
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orlando-la-recensione-del-viaggio-di-michele-placidoUna presenza comunque "vitale", dalla quale la perizia dell'esperto compagno di scena e del regista riescono a trarre il giusto carattere, mettendo rimedio ad alcune carenze e realizzando un film capace di trattenere, in alcuni momenti coinvolgere e - avendone voglia - riflettere sugli spunti insiti nel racconto.