Peninsula recensione

Sin dalla prima scena Sang-ho Yeon ci riporta indietro nel tempo, e subito è come se fossimo ancora su quel Train to Busan che nel 2016 entusiasmò il Festival di Cannes diventando un vero caso internazionale e imponendo il nome del suo regista all’attenzione internazionale. Quest’anno sulla Croisette non si sono accese le luci, ma il sequel di quel cult dell’action horror ha trovato ospitalità proprio alla Festa di Roma, dove abbiamo potuto vedere Peninsula, altresì noto come Train to Busan 2.

 

Tornano gli zombi coreani

Sono passati quattro anni dallo scoppio dell’epidemia zombi che avevamo visto devastare la penisola coreana, ma abbandonati i protagonisti di allora stavolta scopriamo il dramma di Jung-seok, sopravvissuto a caro prezzo al disastro e rifugiatosi in una Hong Kong ostile nei confronti dei profughi come lui. L’occasione per tornare indietro gli viene offerta da un criminale locale, intenzionato a recuperare il ricco carico di un camion abbandonato nel centro di Seul. Ma come trovarlo, sopravvivere a orde di morti viventi affamati e tornare alla base entro tre giorni? Soprattutto considerata la misteriosa Unità 631 che controlla la città e il rischio che qualcosa di imprevisto possa apparire sul suo cammino…

Quattro anni sono passati anche dal poco noto prequel animato Seoul Station – uscito solo un mese dopo il film originario e distribuito in Italia allegato alla sua versione Home Video – che fa sì che si possa effettivamente parlare di vera e propria trilogia. Che qui pare chiudersi. Al di là di ragionevoli dubbi, e del desiderio e la curiosità di vedere Sang-ho Yeon mettersi alla prova con qualcosa di diverso, è interessante godere di questo ultimo capitolo seguendone l’evoluzione, e i vari cambi di direzione.

Azione spettacolare e ottimi maestri

Ritorna l’atmosfera claustrofobica che aveva costituito la vera cifra, e l’anima, del precedente, per quanto principalmente nel prologo, ma sono altri gli escamotage sfruttati dal furbo regista in questa nuova avventura. Stabilita la connessione che in molti si aspettavano, non può che esser giudicata positivamente la scelta di prendere le distanze da quel successo tentando una nuova strada. Che purtroppo tanto nuova non è. Difficile aggiungere qualcosa di originale allo zombi movie come genere, d’altronde… ci son riusciti in pochi. Yeon incluso. Che però stavolta punta su una ragionata ed equilibrata commistione di action, moralismo e buone idee già viste al cinema. Per esempio in 1997: Fuga da New York e Mad Max.

Il tasso di adrenalina resta alto, con zombi ipercinetici capaci di incredibili contorsionismi e acrobazie scenografiche, ma la vicenda scricchiola quando si incaponisce nello spiegarci i contesti etici e sentimentali dei protagonisti. Persino interrompendo l’azione ed eccedendo in fermi immagine, pause a effetto e insistiti temi musicali buoni per un Anime strappacuore. Un didascalismo davvero poco necessario.

Sensi di colpa epici ed espiazione

Come da tradizione, sono molti i temi sottesi allo sviluppo narrativo generale. A partire dall’immancabile rappresentazione degli espatriati bisognosi di asilo e mal sopportati dalla popolazione locale, fino alla lotta tra poveri che ne deriva (si direbbe) immancabilmente o al senso di colpa degli adulti nei confronti di una generazione costretta a vivere in un mondo devastato e ormai ben oltre l’orlo del baratro ecologico. Ovviamente anche a muovere l’Eroe è il desiderio di espiare una macchia inaccettabile, ma le tappe del suo percorso di redenzione sono forse troppo convenzionali. Persino le regole destinate a essere infrante sembrano enunciate esclusivamente con quello scopo, sin dall’inizio. Alla fine l’apparizione più gustosa rimane sicuramente quella delle due giovanissime componenti di un ‘Rescue Team’ molto particolare, per le loro abilità e creatività tanto quanto la capacità di riciclare strumenti di un’età passata e forse mai vissuta. Esempi della possibilità di una rivincita che non prescinda da una buona dose di innocenza e divertimento.