Palazzinari, abusi edilizi, speculazione: termini drammaticamente usuali per le cronache italiane, che si tratti di vincoli paesaggistici ignorati o di terreni interessati dallo sviluppo cittadino è dagli anni del ‘Boom’ che il cinema racconta storie di quotidiana disonestà e di soprusi ai danni della ‘povera gente’, generalmente ignorata dalla giustizia. Alla quale si sostituisce idealmente Guido Chiesa con il suo Piccolo miracolo, film ispirato al romanzo di Fabio Bartolomei “La grazia del demolitore”, adattato da Nicoletta Micheli a partire da un soggetto scritto con Edoardo Leo (che compare anche tra i produttori), che arriva sullo schermo grazie a 01 Distribution a partire dal 25 giugno. Affiancati da un cast di solidi comprimari, nel quale spiccano Giorgio Colangeli e Gian Marco Tognazzi, come protagonisti troviamo Marco D’Amore e Greta Scarano, rispettivamente nei panni del giovane architetto al quale il padre vorrebbe poter affidare l’impresa di famiglia e in quelli della donna vittima dei loro piani.
La trama di Piccolo Miracolo
Il quarantenne Davide Lancia (D’Amore) è un figlio ‘d’arte’, il padre (Colangeli) è uno dei più potenti imprenditori edili della Capitale, il classico palazzinaro, che grazie al favore di amici politici ha potuto mettere le mani su un terreno in periferia dove sviluppare l’ennesimo progetto molto remunerativo. Non prima di aver sgomberato – e abbattuto – l’unica costruzione che ancora ritarda l’inizio dei lavori. Un compito che l’esperto speculatore affida al figlio, architetto coinvolto con due amici in tutt’altre attività, nella speranza che ‘si faccia le ossa’ e inizi a capire come va il mondo. Il loro mondo.
Per caso, durante un sopralluogo, Davide conosce Ursula (Scarano), la giovane donna non vedente che vive nell’ultimo appartamento occupato della palazzina malandata, l’ostacolo al piano del padre che lui dovrebbe rimuovere. Approfittando della condizione della ragazza, Davide si finge un’altra persona e come tale inizia a entrare in confidenza con Ursula, e a empatizzare con il dramma che sarebbe per lei il dover lasciare la casa e il quartiere nei quali vive da anni. Ma le bugie hanno le gambe corte, e la verità non tarda a emergere, portando con sé conseguenze che nessuno dei personaggi coinvolti – compresi i poco presentabili compagni del truce “Re Bibbia” (Tognazzi) – avrebbe potuto immaginare.
Tra favola morale e critica sociale
Questo sulla carta, ché in realtà la maggior parte degli spettatori più smaliziati un’idea di dove la vicenda andrà a parare se la saranno già fatta: un ‘problema’ forse inevitabile, che intelligentemente il film sembra scegliere di non porsi, più preoccupato di raccontare una sorta di favola morale nella quale il possibile intreccio sentimentale e l’indagine dell’umanità dei protagonisti conviva con la critica sociale e la denuncia. Un obiettivo che tutto sommato il film riesce a raggiungere, a modo suo. E dopo un incipit piuttosto didascalico, che mentre presenta molto chiaramente personaggi, ruoli, rapporti, necessità e conflitti, conferma di sapere cosa sta facendo, fotografando il contesto in cui tutto si svolge e disegnando una gerarchia urbana nella quale chi vive ai margini, nei ‘palazzoni’, non si mescola con chi quei ‘mostri’ costruisce e su quei margini guadagna (emblematica la scritta che appare su una saracinesca, chissà se vera o opera dello scenografo).
“È tutto LORO quello che luccica”
Il conflitto di classe è evidente, ma forse è l’unico aspetto sul quale Chiesa sceglie di non insistere troppo, spostando l’attenzione su tutt’altro conflitto, quello interiore, che caratterizza il personaggio di Davide, reso molto bene da D’Amore, ma inevitabilmente troppo ‘scoperto’, nelle premesse e nello sviluppo. E che non a caso dà il meglio nell’interazione con la Ursula della Scarano, il carattere più forte, più riuscito e probabilmente l’unico in grado di generare empatia nello spettatore, senza nulla togliere al palazzinaro di Colangeli, sua moglie (una rediviva Mariangela D’Abbraccio, da tempo più attiva a teatro), il Max di Pierluigi Gigante, tra i più sopra le righe, e i brutti e buoni guidati dal sempre più cupo Gian Marco Tognazzi.
Elementi di una coralità sulla quale il film vorrebbe puntare, ma che risulta discontinua. Con gli ex detenuti, i reietti, capaci di far emergere il paradosso più interessante per il loro inatteso rispetto della legalità, e molti degli altri comprimari sottoutilizzati e a tratti ‘colpevoli’ di abbassare la credibilità del racconto riportando il tutto verso cliché che il film sembrava voler evitare.
Lo stesso scontro padre-figlio, con il bisogno di emancipazione che produce e l’intrigo che ne deriva, assume – anche coerentemente – i modi goffi e incerti di Davide, al quale la storia chiede quel minimo di sincerità necessario a tenere alta la tensione e la verosimiglianza. Anche a costo di qualche eccesso retorico (soprattutto relativamente agli effetti dell’esempio ricevuto da Ursula), figlio di una emotività che a tratti sembra prendere il controllo anche sullo script.
Le parole sono importanti
Una storia da raccontare, delle buone idee, che a tratti emergono nel modo giusto, ma che non sempre vediamo sostenute nel modo adeguato. Anche da dialoghi che sembrano cercare ruvidità e naturalezza, ma spesso danno l’impressione di esser scritti per apparire spontanei, o da musiche in alcuni casi chiamate a sostituirsi alle immagini e guidare le emozioni, ribadendole o suggerendole forse più di quanto dovrebbero.
Un peccato che il film declini in varie forme questa sua debolezza, questa tendenza a spiegare, accompagnare, anche ammorbidire, proprio quando vorrebbe – e sarebbe il caso fosse – più secco, più crudo. Una tendenza che incide anche sul ritmo, visto che il film continua a procedere per strappi, con buoni momenti, nei quali la vicenda sembra prendere l’abbrivio giusto, e frenate brusche, nelle quali si avverte la cucitura tra le diverse anime (dramma sociale, sentimentale, generazionale, crime) e qualcosa si inceppa.
Bisogna credere nei miracoli
Al netto di fragilità e forzature, però, per quanto non convinca pienamente, Piccolo miracolo resta un film con una bella storia di partenza, interessanti intuizioni sul rapporto tra spazio urbano e rapporti di classe, alcune buone idee, due interpreti solidi (soprattutto Greta Scarano) e alcune apparizioni ben spese. Peccato per le scorciatoie cui si appoggia, i dialoghi non sempre convincenti, alcuni personaggi non completamente caratterizzati e la retorica diffusa che lo condizionano e finiscono per limitarne la presa. Che avrebbe potuto essere decisamente maggiore, come il senso di verità che forse si voleva trasmettere attraverso la ‘favola’, concentrandosi più su alcuni punti di forza e meno su certi meccanismi.
Piccolo Miracolo
Sommario
Al netto di fragilità e forzature, Piccolo miracolo resta un film con una bella storia di partenza, interessanti intuizioni sul rapporto tra spazio urbano e rapporti di classe, alcune buone idee, due interpreti solidi (soprattutto Greta Scarano) e alcune apparizioni ben spese.

