Tra le numerose commedie nere che negli ultimi anni hanno provato a recuperare il fascino del cinema britannico più caustico e raffinato, Ricchi… da morire – Delitti in famiglia – con protagonista il sempre più lanciato Glen Powell – arriva con un’ambizione ben precisa: aggiornare in chiave contemporanea i temi dell’avidità, dell’ascesa sociale e della decadenza morale delle classi privilegiate rispetto a come erano stati trattati in Sangue blu, film britannico del 1949, al quale si ispira.
Diretto da John Patton Ford (qui al suo secondo lungometraggio dopo il bel I crimini di Emily), il film guarda dunque apertamente ai classici del genere, aggiornandone però linguaggio, ritmo e riflessioni per un pubblico contemporaneo. Thriller, satira sociale e commedia nera sono dunque gli ingredienti scelti per un racconto che punta oggi non solo a raccontare l’ossessione per il denaro, ma anche come la sempre più diffusa convinzione che una vita agiata sia semplicemente dovuta porti alla nascita di veri e propri mostri.
La trama di Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Protagonista del film è Becket Redfellow (Glen Powell), un outsider cresciuto lontano dalla sua famiglia d’origine: una dinastia ricchissima che lo ha rinnegato alla nascita. Determinato però a reclamare ciò che ritiene suo di diritto, Becket mette in atto un piano tanto ambizioso quanto spietato: eliminare, uno dopo l’altro, tutti i parenti che lo separano dall’eredità miliardaria. Ma l’incontro e lo scontro con Julia Steinway (Margaret Qualley) rimetterà in discussione tutto, fino al confronto finale con il temuto capo famiglia, Whitelaw Redfellow (Ed Harris).
Glen Powell tra fascino da star e umana imperfezione
Si apre in un carcere, Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, con il Becket di Glen Powell che riceve la visita di un prete poco prima di essere giustiziato. Patton Ford, anche sceneggiatore del film, ci introduce così da quello che sembra essere il triste epilogo del nostro protagonista. Prima che la pena di morte venga eseguita, però, egli ha modo di raccontare la propria storia, ripercorrendo le tappe che lo hanno portato lì dove si trova ora e, idealmente, facendo ammenda dei suoi peccati.
Questo per chiarire il tipo di percorso che segue il racconto, avvalendosi di una voce narrante che risulta da subito fin troppo presente e ingombrante. Fortunatamente, Becket è un personaggio affascinante nell’aspetto ma tutt’altro che sicuro di sé, che sembra quasi un lontano parente del Gary Johnson interpretato da Powell in Hit Man. L’attore, infatti, lavora anche in questo caso sul contrasto tra il proprio bell’aspetto e una certa inadeguatezza al compito che si prefigge di portare avanti.
La sua recitazione si muove così tra cruda serietà e commedia, proseguendo nel dar vita ad una serie di personaggi di questo tipo, per i quali sembra particolarmente portato. Il fascino che emana e la simpatia che suscita sono tali che ci si dimentica dunque di aggiunte di troppo come la sua voce fuori campo o l’orrore di ciò che commette. Anzi, lo spettatore potrebbe anche sorprendersi nel voler giustificare le sue azioni, considerando il background che le hanno messe in moto.
La voce della coscienza è un grido o un sussurro?
Una sensazione, questa, che Patton Ford sembra voler volutamente suscitare scegliendo una precisa serie di personalità/ostacoli da porre sul cammino di Becket. Parliamo di life coach, influencer, pseudo artisti annoiati, rampolli operanti in ambito finanziario. Insomma, tutte quelle figure oggi al centro delle attenzioni mediali, strapagate e verso le quali è facile provare un certo sentimento di ingiustizia. Vederli fare una brutta fine sul grande schermo è dunque appagante, eppure è proprio qui che il regista sembra volerci incastrare.
Ricchi da morire… Delitti in famiglia non porta avanti solo un “attacco” nei confronti dei privilegiati e dei ricchi incuranti del mondo intorno a loro, ma anche a quanti, ritenendosi in credito nei confronti della vita, sarebbero disposti a giustificare le azioni del protagonista. Un dubbio morale che sembra richiamare – con le dovute distanze e differenze – quello alla base del romanzo Delitto e castigo di Dostoevskij. Ma mentre in quel caso il protagonista viene infine schiacciato dal peso della sua coscienza, Patton Ford (e lo stesso protagonista con il suo monologo finale) sembra volerci dire che oggi quel conflitto potrebbe essere meno impegnativo del previsto.
D’altronde, la tragedia di cui Becket racconta non è la sua, ma quella della nostra società. Una società dove i valori si sgretolano giorno dopo giorno e la corruzione morale causata dal denaro sembra aver raggiunto livelli spaventosi. La famiglia rappresentata da John Patton Ford che appare incapace di costruire relazioni autentiche, intrappolata in una logica competitiva che trasforma ogni legame in una transazione. La violenza che attraversa il racconto non viene quindi presentata come un’eccezione, ma come la naturale conseguenza di un sistema fondato sul possesso e sull’accumulazione.
È una lettura che il film suggerisce senza appesantire eccessivamente il racconto, lasciando che siano le azioni dei personaggi a definire il quadro morale della vicenda. Certo, alcuni spunti avrebbero meritato maggiore approfondimento, soprattutto nelle parti centrali del racconto, ma la satira mantiene comunque una certa efficacia e contribuisce a dare spessore a un intreccio che avrebbe potuto limitarsi al puro esercizio di stile.
Un intrattenimento intelligente che resta nei limiti del genere
La forza di Ricchi… da morire – Delitti in famiglia risiede allora nella capacità di costruire un racconto accessibile senza rinunciare a una vena satirica che attraversa l’intera vicenda. Va detto che alcune scelte narrative finiscono per seguire percorsi prevedibili, i toni da commedia e thriller restano forse troppo sottotono e la sensazione è che si sarebbe potuto osare maggiormente nelle conclusioni morali, spingendo ancora più a fondo la riflessione sull’avidità e sui privilegi ereditati.
Tuttavia, rimane comunque un’opera divertente, ben interpretata e costruita con il giusto gusto per le immagini, capace di offrire un’esperienza di visione piacevole e di mantenere vivo l’interesse fino alla fine. Rispetto al suo film d’esordio, John Patton Ford si allontana dai toni più crudi e cupi ma resta coerente a quanto già lì affermato, confermando una sensibilità interessante per i racconti popolati da personaggi moralmente ambigui. Con Ricchi… da morire – Delitti in famiglia realizza così una black comedy che intrattiene con intelligenza, trovando il giusto equilibrio tra ironia, tensione e osservazione sociale.
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Sommario
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia è una black comedy intelligente e ben interpretata che usa il crimine e l’eredità come strumenti per riflettere sull’avidità e sul declino morale della società contemporanea. Pur restando entro i confini del genere e senza sfruttare fino in fondo tutte le sue potenzialità satiriche, il film di John Patton Ford intrattiene con efficacia grazie a un protagonista carismatico (Glen Powell) e a una narrazione pungente.
