Saint Maud

Presentato in anteprima nel 2019 al Toronto Film Festival, Saint Maud, esordio alla regia della britannica Rose Glass raggiunge le piattaforme on demand italiane solo a partire dal 16 Aprile. Protagoniste di questo horror indipendente sofisticato e pregno di intuizioni suggerite e metaforiche, sono Morfyyd Clark e Jennifer Ehle, entrambe punti cardine di una narrazione che fa leva su come un dualismo dialogico alterato e storpiato sfoci nell’auto possessione di una voce trainante tutt’altro che salvifica.

Saint Maud come apogeo materico dell’horror di possessione

In Saint Maud Maud (Morfydd Clark) è una giovane infermiera, che soffre di forti dolori allo stomaco e vive in una stanzetta spoglia di una cittadina di mare, Scarborough, dove lavora per un’agenzia medica privata. La ragazza si è recentemente convertita e vede nel mistero religioso un progetto per lei: diventare missionaria di fede, per salvare e redimere l’anima di Amanda Kohl (Jennifer Ehle), ex ballerina e coreografa con un male terminale. L’ambientazione gotica della magione isolata e scricchiolante di Amanda e il monolocale squallido e claustrofobico di Maud, in cui l’unico sguardo verso l’esterno sono due ampie finestre rialzate, che simboleggiano la condizione servile autoimpostasi da Maud, che guarda a un Assoluto esterno, diventano teatro di un tacito e suggerito gioco di seduzione, che trascende il fisico ed è tutto mentale, psicologico e spirituale e che trova la sua risonanza filmica nell’abbracciare le tinte non solo dell’horror, ma anche del dramma e del thriller psicologico. Una messa in scena curata al dettaglio unita a una fotografia-specchio, riflesso distorto della percezione di Maud, fanno svettare pienamente un prodotto in cui è difficile distinguere il fervore religioso dalla follia, le apparizioni sovrannaturali dalle proiezioni mentali.

Rose Glass, qui anche sceneggiatrice, ci consegna un soggetto narrativo dallo svolgimento piuttosto lineare, che non intende soffermarsi troppo su possibili colpi di scena: lo spofondamento psicofisico di Maud è già sancito dall’inizio, ma è il come ci si approda a conferire passo a passo a noi spettatori le informazioni chiave per poter delineare la psiche emotivamente disgregata di Maud. Glass ci regala un prodotto superbamente confezionato, che conferma come alcune registe contemporanee stiano svettando nel panorama horror (Coralie Fargeat con Revenge; Julia Ducournau con Raw – Una cruda verità). Il crescendo tensivo si innalza lentamente ma in maniera inesorabile, potenziato dalla  fotografia lugubre e tenebrosa di Ben Fordesman, giocata sui toni del rosso, marrone e beige, e la colonna sonora spettrale di Adam Janota.

Film Saint Maud

La personale apologia di Maud, in perenne cerca di redenzione

Un male incurabile costringe Amanda a letto; un ulteriore male è insito nella memoria di Maud: vorrebbe pulirlo, sciacquarlo via con il medesimo zelo maniacale che pone nella sua professione, eppure la missione di Maud è troppo grande per essere adempita nella dimensione terrena. Maud deve necessariamente abbracciare una dimensione altra, in cui lei stessa si configura come regista e attrice: Maud diventa paladina della chiamata ricevuta, moderna alterazione della figura di  Giovanna D’Arco, vittima di ferite auto-inflitte, flagelli ricercati, croci da innalzare come portavoce di una chiamata ricevuta che diventa unico scopo di una vita vuota e solitaria, in cui l’alterazione percettiva si configura come unica chiave di sopravvivenza.

Saint Maud è il racconto della dolorosa e fluttuante fede della protagonista, alla ricerca di un’identità indefinita, tra ascetismo e momenti di perdizione. E’ una visione enigmatica, che ci fornisce dettagli captabili da un’unica prospettiva, che ha a che fare con la realtà esperienziale del personaggio. Maud è un personaggio estremamente complesso e caratterizzato con accurata precisione, secondo uno schema narrativo che segue la metodologia estatica di Maud. La mente e il corpo di Maud sono i veicoli di connessione con il divino, che si vanno a scontrare con la controparte della ragazza: Amanda. La natura delle due è infatti agli antipodi, non solo per quanto riguarda i tratti caratteriali ma anche il retaggio culturale: Maud è gallese, Amanda americana. Non è un caso che Maud sia diventata religiosa in un Paese ampiamente laico, mentre Amanda non creda in nulla e l’unico rifugio che cerca sono esperienze e piaceri fisici, corporali. Ognuna, a sua modo, ha rifiutato la comunità: la desolata casa di Amanda è correlativo oggettivo del suo corpo, destabilizzato, mentre Maud non vuole far altro che trascendere il proprio. La conversione religiosa si configura qui come profezia negativa autoavveratasi: una personale crociata scelta per sopperire ai danni di un trauma che hanno alienato Maud, rendendola schiava di un soggettivismo esasperato.