seventh code recensionePortatore di un nome importante e grande presenza ai Festival di tutto il mondo, il regista giapponese Kiyoshi Kurosawa presenta in Concorso al Festival Internazionale del Film di Roma Seventh Code, un atipico film romantico che si trasforma inaspettatamente e con grande efficacia in una spy-story con tanto di sangue, combattimenti, violenza e sparatorie.

 

Vladivostok, Russia. Akiko, una giovane donna che sembra essere sola al mondo, giunge da Tokyo per incontrare l’imprenditore Matsunaga, perché non riesce a dimenticarlo da quando le è capitato di cenare con lui un mese prima in Giappone. Finalmente lo ritrova, ma Matsunaga si limita a raccomandarle di non fidarsi di nessuno in terra straniera e poi scompare. Akiko ricomincia a cercarlo trovando provvisoriamente rifugio in un ristorante gestito da un giapponese che la prenderà con sé e la aiuterà. Sembra quasi che la giovane donna riesca così a trovare un po’ di pace, sembra che sia riuscita a dimenticare il suo amore perduto, fino a che l’uomo misterioso ricompare, rivelandoci involontariamente una sua doppia vita che sembra mettere in pericolo tutto il precario mondo della nostra protagonista e di che le sta intorno.

Il film colpisce per la sua ottima coesione narrativa, che ci immette nella storia senza preamboli e spiegazioni e ci accompagna con fare complice, come se noi sapessimo tutto dei protagonisti che in realtà per tutto il film si confermano essere dei perfetti sconosciuti. A dare corpo alla protagonista una vera star giapponese, Atsuko Maeda, che in patria è praticamente un idolo. E’ lei anche l’interprete della canzone di chiusura del film che regala un effetto straniante inaspettato, data la serietà della storia fino a quel punto. Il film è stato costruito interamente intorno alla brava protagonista che porta a casa un one (wo)man show di tutto rispetto.