Una giornata qualunque che diventa percorso formativo nel modo più bizzarro e carico di suspense possibile: Shiva Baby, primo lungometraggio della ventiseienne – e talentuosissima – Emma Seligman è letteralmente un “coming-of-age in a day”, di quelli frizzanti, imprevedibilmente caotici e totalmente prorompenti.

Shiva Baby: un film all’insegna del rituale come nuova consapevolezza identitaria

La cosiddetta shiva è, per la religione ebraica, la settimana di lutto durante la quale i partecipanti si radunano a casa di uno di loro, passando i festeggiamenti tra cibo in abbondanza e un chiacchiericcio di fondo irriducibile. Shiva Baby muove le fila appunto dalla morte di una lontana parente di Danielle, una zia il cui ricordo è piuttosto offuscato. Danielle si presenta in ritardo al funerale non perché presa dalla preparazione della laurea alla Columbia, bensì perché in compagnia del suo sugar daddy. Sebbene i genitori le paghino affitto e bollette, Danielle lavora come sugar baby: lo fa un po’ per levarsi degli sfizi, un po’ perché esplorare i suoi orizzonti sessuali con uomini più vecchi e affermati la diverte. L’impiego da sugar baby rivelerà tanto della personalità della giovanissima Danielle, interpretata da una spumeggiante Rachel Sennott. Danielle diventa adulta, o perlomeno capisce di doverlo diventare, nel giro di ventiquattro ore tragicomiche.

Al seguito di Rachel troviamo una madre inopportuna e ficcanaso (una Polly Draper al massimo della forma) , accompagnata dal padre (Fred Melamed). Alla Shiva compaiono poi l’ex fidanzata di Danielle, Maya (Molly Gordon) e lo sugar daddy Max (Danny Deferrari) con la moglie shiksa, non ebrea (Dianna Agron), con tanto di neonato al seguito, il cui pianto scandirà il ritmo ansiogeno della narrazione. Le inquietudini e l’angoscia di Danielle vengono prepotentemente a galla, mentre la giovane è subissata da domande sul proprio futuro e sul suo aspetto fisico, con rumori di sottofondo irriducibili caratterizzanti un’occasione di riunione che diventa valvola di sfogo per dar voce a un disagio troppo a lungo interiorizzato, in cui emerge l’altro grande protagonista della pellicola: il cibo, unico appiglio per la crisi di nervi totalizzante di Danielle, in una casa che sembra volersela mangiare.

shiva baby recensione

Il percorso di Rachel dalla baby del titolo a una riscoperta del sè

Le musiche di Ariel Marx rendono perfettamente il caos e il baccano di una shiva, suggerendoci sonorità che riecheggiano la musica ebraica, risultando al contempo angosciante e intrisa dell’ansia che accompagna l’attacco di panico prolungato – della durata dell’intero minutaggio- che vive la protagonista. Sono piccoli suoni e rumori a costituire la base del crollo emotivo di Danielle: il rumore dei piatti, l’inciampare nel tavolo, i vasi che si rompono, vassoi spostati. Il brusio e borbottio di sottofondo della shiva non fanno che aumentare la voce caotica interiore della giovane Danielle, che rimbomba prepotentemente. Tra le varie sonorità, una emerge particolarmente: il pianto ininterrotto del bambino, che sancisce il ritmo e il tono del film. A tal proposito, Salinger stessa afferma che teoricamente il bambino non avrebbe dovuto piangere ma, una volta realizzato sul set che non avrebbe più smesso, questo ha influenzato la maniera in cui è stata sviluppata la colonna sonora.

Il cibo in Shiva Baby assurge a veicolo fondamentale di interazione con gli altri personaggi, esattamente come succederebbe tra ospiti a una Shiva vera e propria; difatti, è risaputo il ruolo che il cibo gioca nella cultura ebraica, soprattutto in occasione delle riunioni famigliari: nel caso di Danielle diventa appiglio nel momento di disagio, a cui la giovane si aggrappa per non dover affrontare i discorsi perditempo e totalmente identici che costellano la Shiva.

Quanto è difficile diventare adulte? Quanto pesa e ci influenza un certo tipo di retaggio culturale, mentre vogliamo liberarci da ogni costrizione? Danielle vive un prolungato attacco di panico nel corso del film, mentre tutti gli altri attorno sembrano stare bene. L’equilibrio muterà in una sequenza finale in cui tutto sembra esplodere mentre la giovane protagonista, forse, riesce a trovare un po’ di pace, nel farneticare generale. Danielle si ritaglia una personale fetta di silenzio in mezzo al caos di quella che sembra essere una famiglia allargata numerosa. Un vortice in cui il desiderio di essere indipendente e di aver raggiunto gìà un certo grado di maturità si mischia alla gratitudine nei confronti della propria libertà giovanile, per cui è concesso sbagliare. L’evoluzione, il mutamento personale di Danielle, nei confronti di sé stessa e dei suoi affetti è il motore chiave di una pellicola che sfrutta in maniera egregia un minutaggio piuttosto ridotto, tra scambi di dialogo taglienti e precisi, in un contesto tragicomico con qualche venatura orrorifica, di Polanskiana memoria (alcuni evidenti richiami a Rosemary’s Baby). Si tratta di un cambiamento necessario, graduale e naturale che conduce alla nascita di un’autoconsapevolezza inedita.

Un titolo vibrante che fa da sfondo a una commedia dell’orrore elettrizzante, in cui gli stacchi violenti di montaggio e una linea registica di tutto punto dettano il percorso imprevedibile ma totalmente necessario di Rachel, protagonista indiscussa di un teatro greco contemporaneo, in cui il coro è contrappunto farneticante del singolo, in cui la location chiusa e gremita di gente è sfondo di un mondo tutto interiore, gabbia di una psiche inizialmente indefinita benchè prorompente. Un Uncut Gems al femminile , arguto ed espressionista nella messa in scena, eppure totalmente rappresentativo di un’impressione, un punto di vista ragguardevole: Shiva Baby vive di contraddizioni e paradossi, microcosmi caratteriali intersecati in un unicum identitario generazionale e rappresentativo non solo di una cultura specifica, bensì di uno stato dell’essere universale.