song to song

In piena logorrea senile, Terrence Malick arriva al cinema con Song to Song, il quarto film in appena cinque anni, una media impressionante per l’uomo che aveva fatto della parsimonia la sua cifra produttiva. Arrivato a questo punto della sua carriera, il regista cresciuto a Austin (dove è ambientato il film) ha affollato e sfumato i temi e la sostanza del suo cinema realizzando quelli che possiamo definire i prodotti minori della sua filmografia proprio nell’ultimo lustro.

 

Song to Song torna alla narrazione

Con Song to Song però assistiamo a una stabilizzazione del linguaggio e della forma, un impercettibile ritorno alla narrazione canonica e uno sforzo a spingersi oltre i propri limiti, parlando dell’universale tema dell’amore, con inflessioni di un realismo tale da essere sopportabile soltanto grazie alla forma frammentata ed eterea che sceglie per metterlo in scena.

Formalmente Malick inforca quella che sembra una parabola discendente da un punto di vista della rarefazione del racconto. Per la prima volta, da The New World, il regista torna a una storia quasi lineare, che non rinuncia all’estetica delle impressioni e degli accavallamenti temporali, con tanto di voce fuori campo a commento, ma segue una linea narrativa che si ancora prevalentemente al personaggio di Rooney Mara, vera protagonista del storia.

Song to SongI quattro volti dell’amore

Sebbene il film esordisca con un argomento carnale, Song to Song non diventa mai (o quasi) sessuale, pur giocando tantissimo con la sensualità dei suoi protagonisti, in primis una Natalie Portman mai così “terrena” e un Michael Fassbender che esprime tutta la sua carica erotica abbracciato dall’occhio di Malick. Il fuoco più delicato rimane su Ryan Gosling, tuffato di nuovo nei panni del musicista, alle prese con tasti bianchi e neri e un sogno dopo La la Land. Il suo BV è una specie di puro e innocente alter ego del regista, un poeta della musica che mira alla sostanza dell’arte, allontanandosi dal sogno effimero della fama, altro elemento toccato appena in Knight of Cups e qui ripreso e approfondito. Il mondo della musica, preannunciato già dal titolo come ambiente privilegiato in cui si svolge il racconto, diventa un pretesto per raccontare non solo l’amore ma la complessità stessa dei rapporti che mai sono univoci e leggibili da una sola parte.

Malick sembra ricordarci che, dove ci sono due o più anime che tendono l’una verso l’altra, ci sono più versioni dei fatti, più desideri e bisogni, insomma ci mette di fronte all’impossibilità di quantificare, imbrigliare, ammansire o addomesticare l’amore.

L’amore è capacità di perdonarsi

Il suo racconto si sviluppa come una commedia, dantescamente intesa, che passa dall’Inferno per poi raggiungere a un Paradiso atipico. Non c’è la gloria e la felicità luminosa di un lietofine, ma una mansueta serenità, costruita sugli errori degli esseri umani, che in quanto tali devono imparare a perdonarsi.

A nulla giova sottolineare la sapienza con cui Malick intreccia luci, immagini e musica, si tratta di un’abitudine per chi, con The Tree of Life nel 2011, ha introdotto una maniera nuova di raccontare i sentimenti al cinema. Quello che fa di Song to Song un film rilevante è la sua riduzione alla piccolezza dell’essenziale. Alla tenerezza che prima di arrivare agli altri, deve passare per noi stessi e per un atto di perdono verso gli sbagli che, in quanto essere imperfetti, facciamo nel corso del nostro cammino.

Il regalo di Malick

Faye, Cook, Rondha, BV, i personaggio di Terrece Malick si fanno spettatore e raccontano la storia di ognuno di noi. Il regista si conferma non solo maestro di immagini, ma per la prima volta dopo anni riempie queste immagini di senso, insegnandoci l’indulgenza, la pazienza, la capacità di accontentarci con serenità.

Figlio minore di un regista ambizioso, nonostante la lunghezza, nonostante la ripetitività visiva, Song to Song si fa dono per lo spettatore, per chiunque riesca a imparare a perdonarsi.