Still Life recensioneLa vita di John May (Eddie Marsan) è interamente dedicata al lavoro, ma il suo non è un lavoro come tutti gli altri. Impiegato del Comune nella South London dei nostri giorni, John si occupa di rintracciare i parenti più prossimi delle persone morte in solitudine, defunti abbandonati che nessuno è venuto a reclamare. Fotografie sbiadite, vecchie lettere, calzini appesi: nessun indizio viene trascurato dal diligente impiegato, che ha fatto del suo singolare mestiere una ragione di vita e una rassicurante routine quotidiana. John non ha famiglia o amici, indossa gli stessi abiti tutti i giorni, tutti i giorni lo stesso pranzo e la stessa scatoletta di tonno per cena. Una vita ordinaria ma non disperata, riempita dal passato degli infiniti “clienti”, per i quali John sceglie la musica più adatta e compone discorsi celebrativi per dei funerali in cui è l’unico a presenziare.

 

Still life Uberto Pasolini 3Quando inizia le ricerche sul caso di Billy Stoke, vecchio alcolista che vive nell’appartamento di fronte al suo, il capo gli comunica il suo prossimo licenziamento. E tuttavia John dedicherà ogni sforzo alla soluzione di quest’ultimo lavoro, scavando nell’incredibile passato di un uomo che aveva destato amore e odio in egual misura. Dall’ex collega della fabbrica alimentare al veterano delle Falkland cui Billy salvò la vita, sino alla figlia abbandonata Kelly (Joanne Froggatt): John compie un viaggio che è anzitutto l’inizio di una rinascita personale, la (ri)scoperta di nuovi sapori e nuovi modi di affrontare la vita, al di là delle limitazioni quotidianamente auto-imposte.

Con Still Life (letteralmente “vita ferma” o “ancora vita”) Uberto Pasolini si era portato a casa il Premio Orizzonti per la regia all’ultimo Festival di Venezia: non è esagerato definire il suo secondo lungometraggio un vero e proprio gioiello di poesia. Un film che, caratterizzato da una lentezza che non stanca, affronta con maestria, senza retorica il tema universale della solitudine. Lo racconta attraverso un punto di vista nuovo, racchiuso nell’esistenza di un uomo che, per vivere, s’incarica di rendere meno sola la morte degli altri. I toni sono bassi, pacati e i silenzi sempre necessari, volti a restituire maggior forza espressiva al leitmotiv della storia.

Eddie Marsan è straordinario, da prova di una recitazione che, proprio nel suo essere contenuta, riesce a trovare le giuste sfumature per un personaggio dalla non facile interpretazione. Al suo fianco, la graziosa Joanne Froggatt conferisce spessore e credibilità al ruolo di Kelly, anima ferita che scorge nella solitaria esistenza di John la possibilità di un legame.

I dialoghi ironici e mai banali, la fotografia asciutta di Stefano Falivene, insieme alle toccanti musiche composte da Rachel Portman, sono l’ulteriore testimonianza di un film che, anche stonando un po’ nella scena finale, riesce a sfiorare la perfezione.

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Laureata alla specialistica Dams di RomaTre in "Studi storici, critici e teorici sul cinema e gli audiovisivi", ho frequentato il Master di giornalismo della Fondazione Internazionale Lelio Basso. Successivamente, ho svolto uno stage presso la redazione del quotidiano "Il Riformista" (con il quale collaboro saltuariamente), nel settore cultura e spettacolo. Scrivere è la mia passione, oltre al cinema, mi interesso soprattutto di letteratura, teatro e musica, di cui scrivo anche attraverso il mio blog:  www.proveculturali.wordpress.com. Alcuni dei miei film preferiti: "Hollywood party", "Schindler's list", "Non ci resta che piangere", "Il Postino", "Cyrano de Bergerac", "Amadeus"...ma l'elenco potrebbe andare avanti ancora per molto!