The Girl in the Fountain recensione

Girata tra il gennaio e il marzo del 1959 (ancora oggi ci sono voci discordanti sulla data esatta), la celebre scena nella fontana di Trevi di La dolce vita ha reso l’attrice svedese Anita Ekberg una figura leggendaria della storia del cinema, ma l’ha al contempo intrappolata in una vera e propria gabbia dorata. A sei anni dalla scomparsa di lei, il documentario The Girl in the Fountain, diretto da Antongiulio Panizzi, ripercorre la carriera dell’attrice ponendola in stretta relazione con quella di un’altra diva del cinema, ovvero Monica Bellucci. Un intento ambizioso e interessante, che non si concretizza però in un’opera capace di rendere il giusto tributo a nessuna delle due.

 
 

The Girl in the  Fountain vuole infatti porsi come il racconto di un’attrice divorata dalla sua stessa icona raccontato attraverso la voce e la sensibilità della Bellucci. Questa, con attenzione e delicatezza si mette alla ricerca di quel personaggio e di quella donna, per riscattarne la figura stereotipata della “ragazza nella fontana”.  La loro si manifesta nel film come una conversazione verbale e visiva, un dialogo impossibile tra due dive di epoche  diverse, attraverso cui riscoprire il percorso di una donna libera e indipendente, che ha  pagato un prezzo molto alto per il suo non voler sottostare a nessuno.

Anita Ekberg, la donna oltre la diva

Il nuovo documentario di Panizzi, già noto per My Way – The Rise and Fall of Silvio Berlusconi, si apre sulla finta proposta di un regista (interpretato da Roberto De Francesco) alla Bellucci di interpretare Anita Ekberg in un film biografico su quest’ultima. A partire da questo evento nasce il dialogo tra le due attrici, con la prima che va alla scoperta della seconda al fine di comprenderla meglio per poterla interpretare in modo fedele. La Bellucci si lancia dunque nella visione dei film della Ekberg, nel provare alcuni degli abiti più celebri da lei indossati e nello studio attento della sua gestualità e modo di parlare.

Ad alternarsi a questi momenti vi sono invece spezzoni tratti dai film dell’attrice svedese o sue celebri interviste, durante le quali lascia trasparire la propria personalità e il proprio pensiero. Questo passato e presente viene montato insieme in modo tale da dar vita ad un vero e proprio dialogo fatto di rimandi visivi e tematici. Dopo aver ad esempio visto la Ekberg formato gigante di Boccaccio ’70 agirarsi per le strade del quartiere Eur, è poi la Bellucci a camminare per quelle stesse vie, quasi come alla ricerca del fantasma dell’attrice, di quello che lei ha lasciato a quei luoghi.

Mentre la Bellucci si prepara dunque per un film che in realtà è solo un pretesto narrativo, la parabola della Ekberg si svela allo spettatore in tutta la sua tragicità, dai matrimoni falliti ai film di basso livello interpretati sul finire della sua carriera. Si ricorda così una volta di più di quanto un personaggio possa davvero divorare il suo interprete, condannandolo per sempre ad essere associato in modo irrinunciabile a tale ruolo. La Ekberg è e sarà per sempre la ragazza della fontana di Trevi, un luogo dal quale non sembra essere mai realmente uscita, almeno non per lo spettatore.

The Girl in the Fountain Monica Bellucci

The Girl in the Fountain: la recensione del film

A The Girl in the Fountain si attribuisce dunque il merito di riportare all’attenzione la delicata differenza che passa tra un personaggio e un attore. Il caso della Ekberg è a tal proposito tra i più esemplari a riguardo. È proprio nel raccontare la vita dell’attrice svedese che si ritrovano dunque i momenti più interessanti del film. Al di fuori di questi, però, il documentario di Panizzi si presenta come un’opera discordante, che non riesce a rendere davvero omogenee le sue componenti. The Girl in the Fountain sembra voler essere un documentario biografico, il making of di un film e un racconto celebrativo, senza però riuscire ad essere realmente nessuna delle tre cose. In particolare, spezzano l’attenzione proprio le scene che vedono la Bellucci intenta a fare ricerche sulla Ekberg.

È certamente interessante analizzare la gestualità dell’attrice svedese, meno lo è vedere la Bellucci che tenta di replicare quei modi di fare. Le scene che la vedono protagonista finiscono per apparire piuttosto bizzarre e innaturali. Guardando tali momenti non fa che avanzare l’idea che il regista sia più innamorato delle due interpreti che non del racconto che dovrebbe fare di loro. A ciò si aggiungono anche ulteriori scelte stilistiche particolarmente frustranti, su cui spicca la scelta di non identificare (se non nei titoli di coda) le personalità intervistate. In fin dei conti, dunque, The Girl in the Fountain sembra purtroppo fermarsi a quella stessa apparenza di cui la Ekberg è stata vittima nella sua vita.